Ven. Gen 22nd, 2021

Sarebbe dovuto essere «un modello meta progettuale per la riqualificazione della rete ospedaliera regionale

Anche la realizzazione della “Casa della salute” deve essere inserita nel libro dei sogni di questa nostra città, dove negli ultimi tempi è diventato tutto più difficile? Correva l’anno di grazia 2017, e nel mese di novembre fu firmata a Catanzaro la convenzione per la realizzazione della Casa della salute di Siderno, nei locali dell’ex ospedale, di cui era destinata a prendere il posto. Una firma arrivata dopo ben cinque anni di attesa che, secondo quanto venne annunciato, sarebbe stata l’ultimo tassello di un iter destinato a dare una svolta decisiva alla sanità di Siderno e della Locride. L’accordo – siglato a Catanzaro alla presenza dell’ex sindaco Pietro Fuda e dell’allora capogruppo comunale del Pd, oggi assessore regionale, Maria Teresa Fragomeni, del dirigente generale del settore Lavori pubblici della Regione Calabria Domenico Pallaria e dall’allora direttore generale dell’Asp reggina Giacomino Brancati – venne inserito in un documento cui fu dato il titolo “Le Case della Salute – Un modello meta progettuale per la riqualificazione della rete ospedaliera regionale”.

La convenzione prevedeva un finanziamento pari a 9 milioni e 760 mila euro per la realizzazione della “Casa della Salute” di Siderno, nonché il rispetto degli obblighi derivanti dal sistema di monitoraggio previsto dalla normativa.

Sull’utilità della Casa della salute in un territorio come la Locride non c’era alcuna discussione da fare. La sua realizzazione in un comprensorio in cui l’offerta sanitaria si andava purtroppo – e purtroppo la tendenza continua – sempre più impoverendo era (ed è) innegabile. D’altra parte la Casa di salute era stata sin dall’inizio indicata dall’allora governatore Giuseppe Scopelliti, come una naturale e necessaria contropartita per bilanciare la chiusura del vecchio ospedale di Siderno, bersaglio di una politica cieca e inconcludente che aveva privato il territorio di quella che era sempre stata una piccola oasi di “buona sanità” sulla spinta di necessità riorganizzative che, alla distanza, si sono rivelate deficitarie e controproducenti. Tanto che si è arrivati all’attuale stato di precarietà delll’ospedale di Locri, prima oberato del superlavoro determinato dalla chiusura di Siderno e poi, via via, soffocato da un mare di carenze mai affrontate con la dovuta urgenza.

La Casa della salute, in sostanza, avrebbe potuto dare una mano a sopperire le carenze sanitarie del territorio e contribuire anche alla ripresa dell’ospedale di Locri. I sogni, però, nella Locride, difficilmente si avverano, tranne che non siano di quelli brutti. E a distanza di circa otto anni siamo ancora qui a parlare di un problema che doveva essere già ampiamente risolto e che, invece, non si è neppure iniziato ad affrontare.

Sono in molti, però, oggi, a chiedersi che fine abbia fatto questa importante realizzazione. La Casa della salute – giusto ricordarlo – è da intendersi come la sede pubblica nella quale trovano allocazione, in uno stesso spazio fisico, servizi territoriali che erogano prestazioni sanitarie, ivi compresi gli ambulatori di Medicina generale e specialistica ambulatoriale. Le sue funzioni sono diverse; alcune di natura amministrativa, altre di natura sanitaria e altre ancora di natura sociale. Esse possono essere aggregate in aree a diverso grado di complessità essendo la Casa della salute un modello che si adatta alle caratteristiche del territorio e non il contrario.

Un aspetto, questo, che certamente è di grande importanza sul territorio della Locride anche, appunto, per la presenza di un ospedale di Locri che, attraverso la messa in funzione della Casa della salute, sarebbe meno soffocato dalle grandi necessità del territorio. La Casa della salute sarebbe la sede naturale per quelle prestazioni che non necessitano di ricovere e che non fanno altro, allo stato attuale, che intasare il pronto soccorso e i servizi sanitari.

Nella Locride però è la solita storia. Si cerca di fare un passo avanti e ci si ritrova con due passi indietro. Dopo la firma del novembre 2017 la pratica si è fermata, forse perduta, volutamente o meno, in qualche cassetto della irredimibile burocrazia regionale.

ARISTIDE BAVA

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