L’AVVOCATESSA, AMANTE DEL GIUDICE, SCARCERAVA IN “BELLA MOSTRA” IL FIGLIO DEL BOSS.

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Una vicenda torbida e di assoluta gravità quella che è venuta fuori dall’inchiesta “Thomas” coordinata dalla DDA di Catanzaro guidata dal procuratore Capo Nicola Gratteri. L’inchiesta trasferita poi a Salerno nella parte che riguarda il presidente di sezione della Corte D’Appello di Catanzaro Marco Petrini. Un giudice che invece di garantire giustizia vendeva la sua funzione di Magistrato in cambio di soldi, regali e sesso. Tra gli altri, dall’altra parte un’avvocatessa giovane e prestante Marzia Tassone, che ritagliava i suoi successi giudiziari mettendoli in bella mostra, come fece con questa’articolo di giornale che celebrava la sua vittoria in Corte D’appello, dove era riuscita a revocare la sorveglianza speciale a Francesco Procopio, figlio del presunto boss della Cosca Procopio-Sia egemone nel soveratese. (Non sappiamo se in questo caso specifico ci sia stato alcun condizionamento della Corte D’Appello, saranno le carte processuali a dircelo, ma i tanti dubbi dopo quanto accaduto rimangono). Di certo gli inquirenti evidenziano come nel processo “RAGNO” l’avvocatessa difendesse una parte ed il giudice Petrini non si sia astenuto sulla richiesta di ascoltare il collaboratore di Giustizia Emanuele Mancuso.

L’avvocatessa Maria Tassone detta Marzia esercitava così la sua professione d’avvocato, ed offriva, secondo l’accusa, le sue prestazioni sessuali (almeno tre volte documentate dagli inquirenti) al Giudice Marco Petrini presidente di sezione della Corte D’appello di CZ . Una cosa squallida se fosse confermata in dibattimento, che è costata al giudice anche l’accusa con l’aggravante mafiosa, visto che ha sentenziato su processi dove l’accusa era rappresentata dalla DDA, e che ci fa comprendere il clima che si vive in quel palazzo di Giustizia. Circolavano voci, ma nessuno ha mai denunciato fatti specifici, fino a quando Gratteri è riuscito a scoperchiare questo infausto calderone. Un’ambiente dove è difficile fidarsi, fa bene, a nostro dire, il dottore Nicola Gratteri quando protegge le sue inchieste, coinvolgendo il meno possibile i colleghi o almeno quelli poco “fidati”. Una corruttela, quella emersa, che fa perdere a tutti fiducia nella giustizia, una squallida immagine quella di un giudice ripreso nel suo ufficio, al palazzo di Giustizia, che conta i soldi delle mazzette intascate qualche minuto prima per “aggiustare” sentenze. Ognuno è innocente fino a condanna definitiva ma in questi momenti il pensiero va a quelle persone che sono state condannate , e a quelle assolte, in tutti questi anni, dal giudice Petrini, il dubbio che sia stata fatta veramente Giustizia rimarrà per sempre.

Giuseppe Mazzaferro | direzione@telemia.it

SERVIZIO DI GIUSEPPE MAZZAFERRO
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