L’EX BOSS DEGLI “ZINGARI”: «IANNUZZI E BENINCASA UCCISI PERCHÉ AVEVAMO PAURA CHE PARLASSERO»

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Il pentito Franco Bruzzese ha raccontato in aula la sua versione sul delitto Chiodo-Tucci a Cosenza. «Abbruzzese mi disse che pur di convincere gli altri a uccidere li prese a calci». Gli equilibri criminali tra i clan e l’ingresso dei rom nel mercato del narcotraffico

Diciotto anni esatti dopo il duplice omicidio di Benito Chiodo e Aldo Tucci è stato riaperto un nuovo fascicolo d’indagine. I magistrati della Dda di Catanzaro hanno messo nero su bianco le rivelazioni di Francesco Bevilacqua alias “Franchi i Mafarda” (già condannato per questo delitto) e Franco Bruzzese. È proprio l’ex boss degli “zingari”, a capo agli inizi del nuovo millennio della “Nuova Famiglia”, ad essere ascoltato dalla corte d’Assise di Cosenza. Davanti ai giudici togati e a quelli popolari, Bruzzese ha risposto alle domande del pubblico ministero circa il duplice omicidio consumatosi a via Popilia il 9 novembre del 2000 e per il quale sono imputati Antonio Abbruzzese, alias “Strusciatappine”, Fiore Abbruzzese, detto “Ninuzzo”, Luigi Berlingieri, alias “Occhi di ghiaccio”, Saverio Madio e Celestino “Ciccio” Bevilacqua. Bruzzese non partecipò al gruppo di fuoco, ma, il «racconto» assicura «è frutto di quanto mi è stato riferito da chi partecipò a quell’assalto». Collegato in videoconferenza, Francesco Bruzzese ha ripercorso gli istanti dell’omicidio. Dalla partenza a bordo della Fiat Croma fino ai colpi di pistola nel quartiere popolare di Cosenza, e poi la “sepoltura” della macchina per cancellare tutte le tracce. Gli “zingari” volevano espandersi, creare un nuovo gruppo criminale e soprattutto inserirsi nel giro dello spaccio della droga e delle estorsioni, all’epoca prerogativa dell’altro clan della città. «Mi ricordo che Antonio Abbruzzese, che in quel periodo comandava, svolse il ruolo di mandante – spiega il collaboratore di giustizia –. Mi riferì che aveva “preso a calci gli altri componenti” della banda pur di mettere a segno il delitto». Il pentito ha raccontato come gli altri non fossero totalmente d’accordo a compiere l’omicidio di Chiodo «ma per Abbruzzese era una cosa importante».

I PENTIMENTI E GLI ASSASSINII Una delle svolte nella storia criminale della città è proprio il pentimento di Franco Bevilacqua. «Ne parlavano tutti» (qui la sua deposizione nel processo). Quando Franco Bevilacqua – di grado “crimine” – inizia a parlare, i boss della città cominciano a tremare. «Non avevamo un grande rapporto ma ci conoscevamo – spiega Bruzzese – ci siamo visti l’ultima volta il sei dicembre del 1999 quando facemmo una rapina a Camigliatello Silano. Ma quando si pentì negli ambienti criminali cittadini non si parlava d’altro». Ed è per questo che secondo il pentito sarebbe partita la strategia del terrore che sarebbe costata la vita prima a Gianfranco Iannuzzi e poi ad Antonio Benincasa. «Iannuzzi e Bevilacqua erano molto amici – racconta il collaboratore –. È stato ucciso perché anche lui partecipò al duplice delitto di Chiodo e Tucci. Dopo la collaborazione di Franco Bevilacqua si temeva che qualcuno potesse seguirlo e venne individuato subito lui». Sarebbero stati questi i motivi per i quali Iannuzzi sarebbe stato tratto con l’inganno a Cassano allo Jonio e da lì fatto sparire definitivamente. «Lo stesso avvenne per Antonio Benincasa – continua il pentito – . Un po’ perché faceva uso di sostanze stupefacenti, un po’ perché aveva partecipato anche a un altro delitto per far un favore ad un altro clan e quindi era quello più esposto, così si decise che era meglio farli sparire».

LE RELAZIONI, I CLAN E I PORTAVALORI Franco Bruzzese aveva un’abilità particolare: con il suo gruppo era famoso per gli assalti ai portavalori. Il suo clan poteva fare quello che voleva in provincia di Cosenza ai blindati che trasportavano denaro. «Molte delle armi che avevamo venivano sottratte alle guardie giurate che erano sui furgoni». L’arte dell’assalto, oltre ai procedimenti in Calabria, guadagnò anche gli oneri della cronaca pugliese quando “Francuzzu u zingaru” venne incastrato il 13 marzo del 2005 per aver messo a segno un colpo alla periferia di Bari insieme Daniele e Carlo Lamanna, Giovanni Abruzzese ( il fratello), Adolfo Foggetti e Luca Bruni. «Inizialmente le droghe e le estorsioni non ci riguardavano, poi arrivò Franco Bevilacqua e cambiò tutto». Il pentito ha poi spiegato come tra i moventi del delitto non ci fossero solo questioni puramente criminali. Sulla stessa scia del pentito Pulicanò (qui il suo interrogatorio) che ha raccontato l’affaire amoroso tra Silvio Chiodo (fratello della vittima) e la compagna di Fiore Abbruzzese; il testimone aggiunge altro. «Ricordo anche che il figlio di Benito Chiodo aveva una relazione con la figlia di Franco Bevilacqua, ma i due ragazzi poi si sono dovuti lasciare». Il collaboratore, al termine dell’esame si è sottoposto alle domande del collegio difensivo. Rispondendo ai quesiti degli avvocati Filippo Cinnante, Cesare Badolato e Nicola Rendace ha avuto modo di chiarire alcune contestazioni relative al duplice omicidio oltre che ai periodi di detenzione, coinvolgimenti in alcune inchieste e di alcuni periodi di detenzione. L’udienza continuerà il prossimo 23 gennaio quando l’avvocato Rosanna Cribari concluderà il controesame prima che si passi all’esame del testimone Annatonia Bevilacqua.

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