«PERIZIA “AGGIUSTATA” PER SALVARE DALL’ERGASTOLO IL KILLER DEL CLAN DE STEFANO»

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Dall’inchiesta della Dda di Reggio sul delitto Cartisano sorgono dubbi sull’assoluzione di Zappia nel processo Galassia. Un pentito lo accusò di aver freddato due uomini a Cirò Marina in uno scambio di favori tra cosche reggine e crotonesi. Fu scagionato da un colpo di pistola diventato una bruciatura

Per il gip distrettuale di Reggio Calabria «vi è il rischio che Zappia tenti di mettere in pericolo la genuinità della prova (basti pensare alla modalità con cui è riuscito a evitare la condanna nel processo catanzarese Galassia, ricorrendo a una consulenza medica falsa». In poche righe, l’accusa delinea uno dei motivi per i quali Vincenzino Zappia, ritenuto uno dei killer di Giuseppe Cartisano, deve andare in carcere. Quelle poche righe, però, aprono uno scenario inquietante. Rimandano a un’altra epoca, forse a un’altra ‘ndrangheta. Che avrebbe – secondo gli inquirenti – qualche punto in comune con i clan 2.0: la capacità di aggiustare i processi, tanto per cominciare.

“PICCOLI” FAVORI TRA CLAN Le vicende del processo Galassia occupano un capitolo (e più) della richiesta di arresto di Zappia. Il coinvolgimento del killer legato al clan De Stefano viene ripercorso attraverso le informative dei carabinieri che si affidano alle parole del collaboratore di giustizia Antonio Cicciù. Bisogna tornare indietro di quasi trent’anni: il 10 marzo 1991, a Cirò Marina, cadono Giuseppe Chiarelli e Salvatore Palmieri. La loro è una stazione del calvario di omicidi che si dipana nella Sibaritide e nel Crotonese tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 90. La catena di morte entra nelle indagini della Dda di Catanzaro e, poi, nel maxi processo Galassia. Il pentito Cicciù racconta agli inquirenti la propria partecipazione al duplice omicidio del 1991 «insieme a due correi provenienti da Reggio Calabria». Uno dei due sarebbe proprio Zappia. Cicciù ricorda un particolare: a quel tempo il killer zoppicava «a causa della ferita riportata, tempo prima, in occasione del conflitto a fuoco ingaggiato con i carabinieri dopo un omicidio perpetrato a Reggio Calabria». È un riferimento al delitto Cartisano.
Tra gli imputati di Galassia ci sono sia Zappia che il “suo” capomafia Giuseppe De Stefano. Cicciù riferisce che «la sua organizzazione mafiosa si è avvalsa del supporto della cosca De Stefano per l’eliminazione di un soggetto “scomodo”». Gli omicidi, infatti, sarebbero una conseguenza della spaccatura nel clan Farao-Marincola di Cirò. «Dopo un primo tentativo andato a vuoto – riassumono i carabinieri in un’informativa –, i “cirotani” decisero di rivolgersi alla cosca De Stefano per portare a compimento l’azione delittuosa». I clan pianificano l’agguato in un summit a Cirò Superiore. Il gruppo di fuoco entra in azione domenica pomeriggio: Chiarelli viene freddato in un bar sul lungomare di Cirò Marina. Cataldo Palmieri, proprietario del locale, muore per aver preso le sue difese. Cicciù riconosce Zappia da un fascicolo fotografico che gli viene mostrato dai militari. Ricorda che era claudicante e ricorda che zoppicava per via del conflitto a fuoco nato con i carabinieri dopo l’omicidio di Cartisano. Due omicidi, tre morti e (forse) lo stesso efficientissimo killer chiamato, in due posti assai distanti della Calabria, a “ristabilire” con il piombo gli equilibri precari in seno alle cosche di ‘ndrangheta.

«NON CI SONO FERITA DA ARMA DA FUOCO» Zappia, però, non è mai stato condannato per la mattanza di Cirò Marina. Lui, il suo presunto complice Giovanni Tripodi e il boss De Stefano furono assolti per non aver commesso i fatti contestati. I pm antimafia di Reggio Calabria si “calano” nella sentenza emessa nel 1999 e ricostruiscono i motivi di quella assoluzione. Primo: difficile che Tripodi, affiliato alla cosca Imerti-Condello, potesse compiere un omicidio per conto degli avversari De Stefano. Secondo: per Cicciù, Zappia zoppicava per via di una ferita alla gamba; una perizia medico-legale, invece, avrebbe evidenziato che il presunto killer «non reca sul corpo alcuna cicatrice riconducibile a una ferita da arma da fuoco». Quel parere medico, in sostanza, “smonta” le dichiarazioni del pentito.

I RIS SMONTANO LA PERIZIA I magistrati antimafia di Reggio, però, rilevano che «le ultime indagini tecniche eseguite dai carabinieri del Ris di Messina (…) insinuano forti perplessità circa l’esito» del processo Galassia, che «ha assolto Zappia sulla scorta di una perizia medico-legale attestante, in modo errato, l’assenza di cicatrici sul corpo dell’imputato.
I pentiti tornano sulla questione della ferita di Zappia nell’inchiesta della Dda di Reggio. Lo fanno anche i Ris di Messina negli accertamenti tecnici sulle tracce ematiche rinvenute dai carabinieri il giorno in cui fu ucciso Giuseppe Cartisano. La conclusione è netta: «È possibile affermare che il “Soggetto A” si identifica in Vincenzino Zappia». Il sangue rinvenuto dai carabinieri il 22 aprile 1988 è, per la Dda, quello del killer. Che ha, dunque, riportato una ferita in quel conflitto a fuoco. Ferita la cui esistenza è stata negata nella perizia medica grazie alla quale Zappia è stato assolto nel processo Galassia. Queste valutazioni e l’analisi del Dna spostano l’attenzione sull’operato del medico che, di fatto, scagionò il sicario per il duplice omicidio di Cirò Marina. «Non è questa la sede – scrivono i pm nella richiesta d’arresto – per verificare se il perito all’epoca nominato fu indotto in errore ovvero si prestò consapevolmente a una diagnosi di favore. Certo è, però, che Zappia riuscì in quel contesto a evitare che i giudici acquisissero la prova che gli sarebbe valsa l’ergastolo per il duplice omicidio consumato a Cirò Marina». I pm antimafia, peraltro, hanno disposto approfondimenti sulla perizia e aspettano che venga loro inviata dall’autorità giudiziaria di Catanzaro.

IL PENTITO: «PARERE “SUGGERITO” DAL BOSS DE STEFANO» Del documento parla anche Giovanni Battista Fracapane, altro pentito in passato legato alle cosche Tegano e De Stefano. Le sue dichiarazioni gettano un’ombra sinistra sull’esito del processo Galassia. Fracapane, infatti, racconta che il boss De Stefano si rivolte a un medico, non indagato in questo procedimento, per «fargli redigere una perizia di parte dalla quale far emergere che la cicatrice (di Zappia, ndr) era dovuta a una bruciatura e non a un colpo d’arma da fuoco del quale, invece, era rimasto vittima durante il conflitto a fuoco ingaggiato con i carabinieri in occasione dell’omicidio Cartisano». Per il pentito sarebbe stata una perizia aggiustata a salvare Zappia. È quello che sospettano anche i magistrati della Dda di Reggio Calabria.

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