SIDERNO: FU ASSOLTO, MA NIENTE RISARCIMENTO «CHIESE CONSIGLI AL BOSS COMMISSO»

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Stesso principio applicato dalla Cassazione anche a un 60enne di Grotteria, andato a cena «per ben tre volte» con noti capibastoneSi tratta di «condotte gravemente colpose», che provano «contiguità alla consorteria mafiosa»

Ha trascorso 1136 giorni di detenzione in carcere ma non ha diritto al risarcimento per ingiusta detenzione per aver tenuto una “condotta colposa” chiedendo un parere al boss di Siderno. Il 36enne sidernese P.F. è stato coinvolto nell’operazione antimafia “Falsa Politica”. Nel maggio del 2012 fu arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. In primo grado il gup distrettuale di Reggio lo condannò a 6 anni di reclusione, ma la Corte d’appello lo assolse con la formula “per non aver commesso il fatto”, disponendone contestualmente la scarcerazione. L’assoluzione è diventata definitiva a luglio del 2016. Con l’ordinanza dell’11 aprile 2019 la Corte d’appello di Reggio Calabria ha respinto la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione. E nessun esito ha dato il ricorso in Cassazione esperito dall’uomo.

Nella motivazione, depositata nei giorni scorsi, i giudici del Palazzaccio scrivono: «La richiesta di parere al Commisso (Giuseppe detto “il mastro”, ndr), indiscusso capo ‘ndranghetista, circa l’opportunità di una sua affiliazione ai Cavalieri di Malta (definita peraltro nel corso del colloquio una “associazione di sbirri” in quanto tale incompatibile con l’ortodossia del sodalizio criminoso) integra, in altri termini, una condotta colposa di piena contiguità all’organizzazione di ‘ndrangheta. Ciò – spiega la Cassazione – che è stato correttamente ritenuto rilevante è che proprio la condotta del ricorrente, protesa ad ottenere il placet del “Mastro” in ordine alle proprie scelte di vita e ad evitare che potessero confliggere con gli scopi e le regole dell’organizzazione criminale, sia stato il comportamento gravemente colposo che ha dato luogo all’emissione del provvedimento restrittivo a suo carico, integrando in pieno quei profili che costituiscono, ad ogni evidenza, elemento ostativo alla domanda di riparazione per ingiusta detenzione».

Un’importanza fondamentale riveste dunque per i giudici la natura delle frequentazioni intrattenute da P.F.: «Il “dictum” di questa Corte di legittimità secondo cui in tema di riparazione per ingiusta detenzione, le frequentazioni ambigue, ossia quelle che si prestano oggettivamente ad essere interpretate come indizi di complicità, quando non sono giustificate da rapporti di parentela, e sono poste in essere con la consapevolezza che trattasi di soggetti coinvolti in traffici illeciti, possono dare luogo a un comportamento gravemente colposo idoneo ad escludere la riparazione stessa».

Inoltre, va considerato che «la frequentazione di soggetti dediti al reato, in contesti temporali e ambientali compatibili con la compartecipazione alla commissione del reato, onera l’interessato di fornire con assoluta tempestività i chiarimenti discolpanti. In tal senso, anche il silenzio serbato dal ricorrente in sede di interrogatorio di garanzia contribuiva a configurare un comportamento gravemente colposo incompatibile con il diritto all’indennizzo».

Orientamento della Cassazione confermato anche da un secondo risarcimento negato, richiesto da Vincenzo C., un sessantenne originario di Grotteria. Nel suo caso l’essere andato a cena «per ben tre volte» con i boss della ‘ndrangheta, e non dare spiegazioni convincenti ai magistrati, è una «condotta gravemente colposa» che non permette di ottenere dallo Stato un risarcimento per ingiusta detenzione.

Vincenzo C., era stato arrestato e poi assolto a Torino dall’accusa di associazione di stampo mafioso. Gli investigatori sospettavano che l’uomo fosse affiliato al clan con la dote di “santa” perché partecipò a cene cui erano presenti dei boss e dove furono conferiti gradi o promozioni a due personaggi. Una circostanza che, sebbene non sia stata sufficiente per arrivare a una condanna, ha attestato «quantomeno la sua contiguità alla consorteria mafiosa». E che, come ha rimarcato la Cassazione convalidando la decisione della Corte d’appello di Torino, contribuì ad «alimentare l’erronea convinzione circa una sua intraneità alla locale di ‘ndrangheta (in questo caso quella di Natile di Careri a Torino) e la decisione di sottoporlo alla misura restrittiva».

FONTE GAZZETTA DEL SUD

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