ALCUNE PRIORITÀ PER LA CALABRIA: ISTRUZIONE, FORMAZIONE PROFESSIONALE E ALTA FORMAZIONE

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Tra le scommesse più importanti da riportare nell’agenda dei lavori,  la prossima giunta regionale della Calabria, dovrebbe conferire una certa priorità  al mondo della formazione dei nostri giovani. In particolare, mi riferisco allo sviluppo del mondo della scuola, della formazione professionale e dell’alta formazione. Seppur l’istruzione non sia argomento di diretta competenza della regione, quest’ultima potrebbe adoperarsi ugualmente, in quanto, gli altri due ambiti sopraindicati sono strettamente riconducibili alla gestione del governo regionale e potrebbero rappresentare quell’unione utile a far ripartire dal basso professionalità, occupazione e sviluppo. Sicuramente ci saranno infinite proposte in merito. Personalmente penserei all’istituzione di una cabina di regia permanente, dove possano essere elaborate, in concerto con la conferenza Stato-Regioni ed il MIUR, una serie di strategie tese a divenire nel breve periodo un vero e proprio correttivo strutturale all’attuale sistema. Tale necessità è richiesta dai tempi e dal crescente divario del Mismatch che sta inflazionando i titoli di studio conseguiti dai nostri giovani. Oggi si parla di intelligenza artificiale, robotica ed informatica perciò, oltre ai consolidati programmi didattici ed organizzativi, occorre intensificare in tutti i segmenti dell’istruzione, della formazione professionale e dall’alta formazione le priorità provenienti dal mercato del lavoro che il Terzo Millennio richiede. Oltre alla disponibilità ed alla volontà di lavorare, alle Risorse Umane che si apprestano ad accedere al mercato del lavoro è richiesta un’elevata competenza nonché il possesso di specifiche specializzazioni, sempre più dettagliate e finalizzate a favorire quei processi occupazionali riconducibili al mondo di industria 4.0. L’era dell’accesso ormai è letteralmente disciplinata dalla conoscenza e dalla competenza. La mera manovalanza,  oltre ad essere sottopagata, rappresenta il vero superamento del sistema. In quest’ultimo caso, la vera forza della formazione professionale consiste nei processi di formazione continua tesi a rendere possibili gli allineamenti e la riqualificazione delle competenze di quanti altrimenti rischiano la disoccupazione e la marginalità. Anche l’Alta formazione può incidere nello sviluppo e nell’incremento occupazionale ma bisogna darsi una mossa altrimenti arriveremo sempre molto tardi ed i giovani faranno bene ad andarsene da questa terra.

Strategicamente, gli ambiti posti all’attenzione della presente riflessione sono destinati ad assumere un ruolo decisivo per il futuro di questa terra. Non è più possibile procrastinare in quanto, oltre al ritardo strutturale, dettato dalle scelte compiute da 30 anni a questa parte, oggi si aggiungono anche i dati relativi alle povertà educative, in gran parte figlie degli errori commessi con l’adozione delle politiche poco lungimiranti. La tabella sottostante, rappresenta la condizione delle povertà educative presenti in Italia ed il dato è  suddiviso per regioni.

La Calabria è collocata al terzo posto. Per semplicità espositiva, riporto anche alcuni indicatori che l’Istat, nel 2001, non ieri, ci ha fornito mediante il censimento nazionale. In quel preciso momento storico, ci veniva consegnata una fotografia dove le regioni con il tasso complessivo di analfabetismo più alto, rispetto al totale dei residenti da sei anni in su, vedeva la Calabria al primo posto con 4,7%, a seguire la Basilicata 4,2%, la Sicilia 2,8%, la Campania e la Puglia con il 2,7%.  Per quanto riguarda le regioni col tasso minimo, il Trentino Alto Adige  contava lo 0,3% di analfabeti insieme al Friuli Venezia Giulia, mentre la Valle d’Aosta lo 0,5%. Purtroppo, la Calabria, allora come oggi, deteneva il record negativo, sia se si considera il segmento degli analfabeti inferiori a 65 anni (1,4% dei residenti; rispetto allo 0,2% nel Friuli), sia per quelli superiori a quella età (19,7%; rispetto al Trentino con lo 0,5%). In buona parte, i bassi livelli di istruzione, oltre ad essere una delle principali cause di desertificazione sociale, nel futuro  potranno rappresentare anche il determinarsi di altri costi che lo Stato dovrà sostenere. Solo per rendere maggiormente evidente la necessità dell’urgenza argomentata in questa occasione, alla quale vi è una chiara  necessità d’intervento strutturale, rammento ai miei lettori che una bassa scolarizzazione è destinata a divenire anche causa di una serie di ulteriori costi, sia a livello individuale sia a livello sociale. Nel primo caso, l’esclusione e la precarietà occupazionale avranno una comune radice e la mancata spendibilità dei titoli di studio, in alcuni casi obsoleti già all’atto del conseguimento, finiranno per non essere  più considerati come strumenti spendibili nel mercato occupazionale ma diverranno il pretesto per incrementare la povertà e l’esclusione.  Per ciò che afferisce il peso afferente ai costi sociali, non può essere trascurato l’effetto negativo apportato alla qualità della vita di una popolazione meno istruita. La penuria di consapevolezza, da una parte alimenterà la disinformazione e dall’altra consentirà  l’apertura di strade sempre più ampie a favore di quelle classi politiche meno capaci e tendenzialmente più esposti al controllo della criminalità. Evitando di dover fare di tutta l’erba un fascio, seppur le difficoltà siano evidenti, esistono anche molte persone preparate ed oneste impegnate seriamente in politica. Purtroppo, va registrata una crescente sconfitta delle buone prassi condotte da questi ultimi, soprattutto a seguito del crescente sfiancamento generato in buona parte dalla burocrazia e per la rimanente  parte da quel segmento  composto da persone intenzionate  a tirare verso il basso il livello della crescita culturale, per non perdere il controllo conquistato. Infine, il costo economico patito dai territori, come ben sappiamo, in passato ha generato una vera e propria limitazione dello sviluppo, presumibilmente, in futuro continuerà ad incidere ancora più a fondo limitando la propensione all’innovazione tecnologica. In un mondo che corre, tale limitazione significa semplicemente auto annientarsi.

Il divario Nord-Sud finirà per crescere anche a causa del peggioramento di tutti gli indicatori che impediranno lo sviluppo e la capacità di reagire alle fasi di crisi sempre più strutturali e deleteri. In quest’ultimo caso, il ruolo centrale per avviare una vera e propria inversione di tendenza potrebbe essere svolto proprio dalla scuola, in quanto è l’unico segmento ancora capace di interpretare i tempi con lucidità e mediante la diffusione di nuovi percorsi d’istruzione e formazione professionale si potrebbe rimettere in moto il locomotore del cambiamento.

In passato, mentre le regioni del Nord interpretavano il cambiamento momento per momento, riuscendo di conseguenza a mantenere il passo e guardando con capacità simmetrica ai processi innovativi, il Meridione continuava a segnare il passo. Per tali motivi a Nord esistono Università sempre più collegate con le aziende che hanno interpretato l’innovazione come reazione alla crisi mentre a Sud il ritardo e la penuria di realtà tecnologicamente avanzate hanno reso quasi impossibile l’adeguamento. La differenza tra i due paradigmi è sotto i nostri occhi: il Settentrione è riuscito a centrare gli obiettivi occupazionali e di sviluppo, incamerando anche moltissime Risorse Umane provenienti da un Sud stremato e sempre più scoraggiato, oltre che meno istruito. Anche in quest’ultimo passaggio, l’onda lunga dell’analfabetismo preunitario  ha un peso ben determinato e, forse, senza volerlo, ha contribuito a dare di volta in volta vita a politiche  inefficaci ed inattuali tesi a sedare i mal di pancia con l’assistenzialismo diffuso. Di tutte queste dinamiche vi è stata sempre tanta consapevolezza. Però, oltre alle misure intraprese dai vari governi, principalmente destinate a pacare gli animi, sono mancate quasi sempre le azioni strutturali tese a creare percorsi ben precisi da compiere mediante una visione concreta ed un progetto plurigenerazionale.

Vorrei sperare in una vera e propria presa di coscienza affinché queste dinamiche possano trovare finalmente soluzione. Non si può continuare a chiedere sacrifici ad una società immobilizzata da una crisi economica interminabile e sempre più avvolta dalla crescente povertà educativa. E’ indispensabile investire sulle generazioni che hanno trovato e troveranno il coraggio di rimanere nella loro terra, superando la propensione ad emigrare altrove per cercare un lavoro ed una collocazione più sicura.

In questo percorso specifico, il mondo della politica, superando il limite dei colori e delle appartenenze, dovrebbe dialogare con il mondo della scuola, della formazione professionale e con il Ministero del Lavoro per realizzare un vero e proprio “New Deal” del Terzo Millennio. Penso sia possibile immaginare e realizzare una serie di buone prassi, tese a restituire al Meridione non privilegi ed assistenzialismo, nessun Meridionale pretende ciò,  ma semplicemente l’occasione per potersi confrontare, con il resto dell’Europa e del mondo, mediante l’esercizio delle pari opportunità dove finalmente i nostri giovani potranno concorrere con i loro coetanei europei, senza dover continuare a vivere con il cappello in mano e sperando in qualche miracolo per poter realizzare il sogno della loro vita.

Tutto ciò significa chiedere troppo?

Dr. Francesco Rao Presidente Dipartimento Calabria 

Associazione Nazionale Sociologi

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