5 Dicembre 2020

Carmelo Gerace ha affidato la sua storia al collega e amico Palmiro Spanò. I familiari insigniti a Firenze della Medaglia d’oro alla Memoria

Il bivongese Carmelo Gerace medaglia alla memoria, destinata ai cittadini italiani deportati e internati nei lager nazisti tra il 1943 e il 1945, nel Giorno della Memoria. La famiglia, con i figli Ottaviano, Giuseppe, Elio, Vincenzo e il nipote Davide, l’ha ricevuta dal prefetto di Firenze, Laura Lega e dalla vicesindaca Cristina Giachi. Era presente alla cerimonia anche il rabbino capo della comunità ebraica di Firenze, Gadi Piperno.

La storia dolorosa del soldato Gerace fu confidata al suo amico Palmiro Spanò, che lavorava con lui in una scuola di Monasterace. Nel campo di concentramento di Buchenwald, dove era prigioniero, ricordava Gerace, ne morivano da due a tre al giorno. «Ricordo – le sue parole – di essere partito da casa il 26 gennaio 1942, avevo 20 anni, destinazione Pola. Poi, sono stato trasferito vicino Fiume e nel 1943 in Croazia a Karlovac, dove con i fascisti ero di vigilanza ai partigiani.Dopo l’8 settembre del 1943, con la firma dell’armistizio, da amici diventammo nemici dei tedeschi, e loro prigionieri. Ci condussero in Germania in carri bestiame a gruppi di 40 per vagone, mentre i capi fascisti e i graduati scapparono, abbandonandoci».

«Ero a Berlino. – racconta Gerace – si soffriva molto la fame e dopo un anno ero irriconoscibile perché molto magro. Non riuscivo neanche a salire un gradino. Ricordo che con i miei compagni c’era molta solidarietà. ma eravamo insensibili a tutto e quasi aspettavamo la morte. Mangiavamo solo due patate al giorno e quel chilo e mezzo di pane che ci davano doveva essere diviso tra dieci prigionieri. Dovevamo lavorare tutti i giorni senza riposo, io ero nell’industria dove si costruivano ali di aerei. Poi, essendo molto ammalato i tedeschi mi condussero nel campo di concentramento di Buchenwald, dove dopo essere stato visitato sono stato destinato a un lavoro leggero, tanto che piano piano mi stavo riprendendo. Nei primi mesi del 1945 stavo quasi bene e mi hanno destinato a lavorare a Litnfeld, vicino Berlino. Voglio ricordare che non ho mai collaborato con i fascisti, come hanno fatto altri che sono riusciti a rientrare in Italia con la repubblica di Salò. Finalmente, quando mi trovavo nel campo di Spandau, dopo aver peregrinato per altri lager, l’arrivo dell’esercito russo che ha liberato Berlino nel maggio ‘45. Poi, il ritorno a casa a piedi e con mezzi di fortuna. Nel marzo 1946 l’arrivo a Bivongi».

La figlia Anita ha appreso la storia dal memoriale lasciato al suo amico Palmiro perché «mio padre non ha voluto mai raccontarci nulla, per non dispiacere la famiglia ».

UGO FRANCO

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