“LE CONDIZIONI QUI A WUHAN SONO MOLTO PEGGIO DI QUANTO POSSIATE IMMAGINARE”

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Lo strano caso della scomparsa della drammatica richiesta di aiuto alla comunità internazionale di due infermiere di Wuhan. La lettera a “The Lancet” misteriosamente “ritirata”

Due infermiere di Guangzhou – l’antica città di Canton nel Sud della Cina – spedite in missione a Wuhan per unirsi ai colleghi provenienti da tutto il paese nella lotta contro l’epidemia, hanno scritto una lettera aperta all’autorevole rivista scientifica “The Lancet”, per chiedere l’aiuto della comunità internazionale e denunciare una situazione “inimmaginabile”: “Le condizioni qui a Wuhan sono molto peggio di quanto possiate immaginare”, scrivono le due infermiere. 

Il drammatico appello, che rischiava di mettere seriamente in dubbio i proclami trionfalistici del governo di Pechino, è diventato anche un inquietante “giallo”: dopo meno di 24 ore dalla sua pubblicazione sul sito web della prestigiosa rivista scientifica, infatti, la lettera sarebbe stata “ritirata” su richiesta delle stesse autrici.

Zeng Yingchun, infermiera al Guangzhou Medical hospital, e Zhen Yan, del Sun Yet-sen Memorial hospital, fanno parte dei 20.000 operatori sanitari inviati a Wuhan da molte parti del paese per domare la crisi. L’appello delle due descrive nei dettagli una situazione a dir poco fuori controllo: la drammatica carenza di protezioni, dalle maschere con respiratori di tipo N95 ai guanti protettivi e quella del personale medico, costretto a turni massacranti e protagonista di continui “crolli” psicologici. 

“Per risparmiare le energie e cercare di ridurre al minimo il tempo necessario a indossare e togliere l’equipaggiamento protettivo, spesso evitiamo di mangiare e bere per due ore prima di entrare nel reparto di isolamento”, scrivono le due infermiere nella loro accorata richiesta d’aiuto. Aggiungendo che alcune colleghe sono svenute per ipoglicemia – per essere state costrette a non nutrirsi a causa dei turni massacranti – o ipossia – mancanza di ossigeno per il troppo tempo trascorso all’interno delle tute, senza poter sostituire i filtri dei respiratori con la necessaria frequenza. 

La drammatica lettera denuncia anche il peso psicologico che il personale medico e paramedico deve affrontare, costretto a continuare a gestire l’epidemia in prima linea sapendo che migliaia di colleghi hanno già contratto il virus e molti sono morti.  “Qualche collega trova il tempo di confortarci” scrivono “ma il più delle volte non abbiamo nemmeno il tempo per fermarci un secondo a piangere”

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