«L’IMPRESA NON ERA MAFIOSA» RESTITUITI TUTTI I BENI CONFISCATI

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Accolto il ricorso dei legali dell’industriale di RoccellaRiconosciuto dai giudici il ruolo di azienda vittima e non di azienda collusa

Beni mobili e immobili riconducibili al patrimonio di Domenico Frascà, 60enne di Roccella Jonica, e del suo nucleo familiare, sono stati dissequestrati e restituiti agli aventi diritto. Lo ha disposto la Corte di Appello di Reggio Calabria, Sezione misure di prevenzione, che ha accolto il ricorso presentato e discusso dagli avvocati Antonio Mazzone e Gaetano Cesario, difensori del 60enne Frascà. I beni restituiti sono: un fabbricato ubicato a Roccella Jonica, dei terreni siti nell’agro di Roccella Jonica, 3 società operanti nel settore dell’edilizia, svariati rapporti bancari, titoli obbligazionari, polizze assicurative ed altro.

Il decreto di confisca è stato emesso dal Tribunale reggino nel luglio del 2017 ed eseguito nel febbraio del 2018 dagli inquirenti che avevano indicato un valore complessivo dei beni pari a diversi milioni di euro. Il provvedimento del Tribunale reggino era l’esito conclusivo di una proposta avanzata dalla Procura antimafia nei confronti del 60enne Frascà, coinvolto nell’operazione “Crimine”, nell’ambito della quale è stato indagato e successivamente condannato a 2 anni di reclusione, con pena sospesa, nel filone concluso con il rito abbreviato, per «illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso, avendo, in concorso con altri, commesso atti illeciti volti al controllo ed al condizionamento dei lavori relativi all’esecuzione dell’appalto per la realizzazione del tratto della S.S. 106 ricadente nel comune di Marina di Gioiosa Jonica, sulla base di una logica spartitoria dettata dagli equilibri mafiosi esistenti nel territorio sito del cantiere».

Nel decreto della Corte d’Appello reggina, depositato nei giorni scorsi, si rileva che dalla vicenda oggetto di contestazione nel processo Crimine: «Non è derivato al Frascà alcun vantaggio patrimoniale; ma gli è derivato un notevole danno, l’ipotesi di un ingiustificato arricchimento patrimoniale è documentalmente smentita dalla relazione di consulenza tecnica di parte e dalla documentazione allegata, per cui non può sostenersi che un elemento dimostrativo della pericolosità sociale sia desumibile dalle acquisizioni patrimoniali. Avendo riportato il Frascà dall’operazione contestata in sede penale – proseguono i magistrati – una perdita netta quantificabile in euro 241.850,00; i contatti economici tra la Tra-Edil e il soggetto di riferimento, Ernesto Mazzaferro, si sono risolti in una perdita netta per il Frascà non essendogli stata pagata la fornitura effettuata; la Tra-Edil, inoltre, non è una impresa soggettivamente e oggettivamente mafiosa o collusa, essendo contestata soltanto una specifica operazione, delimitata nel tempo e nello spazio, non è privo di significato che Frascà non sia stato imputato né di partecipazione associativa mafiosa, né di concorso esterno in associazione mafiosa».

I giudici evidenziano, in sintesi, che quella del 60enne roccellese è una «impresa non mafiosa», con un’operazione “in perdita” che «è confermativa del ruolo “d’impresa vittima” e non “d’impresa collusa”». In definitiva «ai fini del giudizio incidentale di pericolosità sociale, deve affermarsi che essa era mancante ab initio per cui non poteva essere applicata la misura patrimoniale».

fonte gazzetta del sud

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