PROCESSO D’APPELLO FISSATO PER IL BOSS VINCENZO MACRÌ

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In primo grado condannato a 20 anni di reclusioneper associazione mafiosa

Il procedimento a carico di Vincenzo Macrì, imputato nel in uno stralcio dell’ordinario di “Acero-Krupy”, è stato fissato davanti alla Corte d’appello di Reggio Calabria per il 26 febbraio. Vincenzo Macrì, figlio del defunto Antonio soprannominato dagli inquirenti “boss dei due mondi”, è stato condannato in primo grado a 20 anni di reclusione per l’accusa di aver fatto parte di un’associazione per delinquere di stampo mafioso, mentre è stato assolto dall’accusa di associazione dedita al narcotraffico.

In un primo tempo la Procura generale reggina aveva avanzato la richiesta di riunione del processo al 55enne Macrì con quelli definiti in abbreviato e con il filone principale dell’ordinario, per il quale insiste l’appello proposto dall’accusa. Nell’udienza del 10 febbraio scorso il difensore del Macrì, l’avv. Maria Candida Tripodi, si è opposta alla richiesta della Procura sostenendo il pregiudizio per il suo assistito derivante dalla riunione dei processi e nello specifico al rito abbreviato, «stante la distinzione regimi probatori rispettivamente previsti per ognuno di essi». Mentre con riferimento al rito ordinario, in quanto «il pregiudizio derivato dal ritardo che avrebbe subito la celebrazione del processo a seguito della rinnovazione dell’escussione dei testimoni ascoltati in primo grado anche in considerazione dell’assoluzione in via definitiva di Macrì del reato di partecipe ad una associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti». La medesima opposizione è stata formulata nel filone del rito abbreviato a favore di altro imputato difeso dall’avvocatessa Tripodi, Alfonso Condino, il cui intervento difensivo è previsto per il 9 marzo. Per il tribunale di Locri quello svolto da Vincenzo Macrì, già estradato dal Brasile, sarebbe stato un ruolo di “mediatore” tanto che se il suo «intervento fosse stato compiuto a tempo debito» tale Verduci «non sarebbe stato ucciso». Da ciò discende, in sintesi, la «prova più eloquente dell’indiscutibile ruolo direttivo ed organizzativo di Vincenzo Macrì all’interno della ‘ndrangheta ed in particolare, all’interno della cosca Commisso».

fonte gazzetta del sud

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