3 Dicembre 2020

L’ex vicepresidente della giunta regionale si difende dall’accusa sollevata dai magistrati contabili sulla gestione delle risorse destinate al gruppo misto di Palazzo Campanella: «Non ho intascato un euro»

«Ho dato incarico al mio legale, avvocato Ugo Celestino, di inoltrare ricorso avverso alla sentenza della Corte dei Conti calabrese, di cui è stata data ampia diffusione dalla stampa, che imputa al sottoscritto la responsabilità della spesa di 235mila euro dei fondi che il Consiglio regionale della Calabria ha destinato, per gli anni 2010-2011-2012, alla componente del gruppo consiliare misto». Così Nicola Adamo, ex vicepresidente della giunta regionale interviene sulla condanna inflitta dalla Corte dei Conti.
«Si confida che, in sede di Appello – aggiunge – possano essere riconosciute le molteplici ragioni che saranno poste a base del ricorso stesso. Oltretutto, la stessa Corte dei Conti, ha sancito sentenze diverse da sezioni diverse, con orientamenti contraddittori e difformi, nell’ambito della cosiddetta vicenda “rimborsopoli” della Calabria».
«Ho il dovere di precisare, inoltre, che – precisa Adamo – neanche un solo euro è stato “intascato” dal sottoscritto. E la stessa Corte dei Conti afferma che per quanto riguarda Nicola Adamo, il presunto danno erariale si sarebbe configurato solo “nell’utilizzo di somme per pagare un contratto di servizio stipulato con l’associazione ‘L’Idea’ e per spese fatturate all’associazione ovvero per erogazioni a favori di componenti della stessa”. Insomma, anche la contestazione della Corte dei Conti si muove lungo le linee poste a base del procedimento penale in atto presso il tribunale di Reggio Calabria, secondo il quale la presunta inappropriatezza sarebbe da ricondurre al fatto che io avrei autorizzato spese per finanziare attività politica e non attività istituzionale. Laddove è tutta da definire quale sia la differenza tra attività politica e istituzionale».
«Nessuna accusa, dunque – conclude – di avere intascato o di essermi appropriato, né illecitamente né legalmente, di alcuna, benché minima cifra di denaro. Si rende necessario questo chiarimento al fine di ripristinare la realtà dei fatti di fronte ad evidenti speculazioni e strumentalizzazioni, che soprattutto attraverso la rete web e i canali social, in queste ore, si diffondono artatamente e di cui, naturalmente, sarà valutata la sussistenza dei termini diffamatori, ai fini di conseguente querela».

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