5 Dicembre 2020

In Pakistan faceva l’insegnante, qui ha trovato ospitalità e sicurezza «Sono felice per l’ambulatorio riaperto, mio figlio ha bisogno di cure»

Faceva l’insegnante, Sidrah (il nome è di fantasia per problemi di sicurezza), costretta dalla guerra a lasciare la sua terra, il Kashimir, resa arida dalle bombe, svuotata da un esodo immane. Da cinque anni è stata accolta, insieme alla sua famiglia, nel “villaggio globale”, dove in uno dei laboratori interculturali di tessitura, come una moderna Penelope, tesse lacrime e speranze. Consapevole del fatto che il suo futuro è un “gioco” di negoziati tra potenze in guerra che si contendono la sua terra ridotta a macerie di pietra.

Nel suo sguardo ancora le ferite di chi, dopo un viaggio estenuante e il dolore di avere lasciato in Pakistan, affetti e sicurezze per difendere la vita dei suoi due bambini, ha trovato rifugio in un piccolo centro, così diverso dal suo, che profuma di ginestra e arance, popolato da un mix di etnie e culture, di persone come lei, in cerca di dignità e normalità dopo avere subito torture e abusi.

«La gente qui è stata molto ospitale, anche perché ha capito che non eravamo in vacanza. Stava andando tutto bene, ma qualcosa è cambiato quando hanno chiuso i laboratori” – spiega mentre intreccia su un disco di legno ricavato da un vecchio orologio da cucina, fili di cotone per realizzare una borsa pakistana a forma circolare. – Sono rimasta sola con i miei due figli perché mio marito, che lavorava, nell’ambito dei progetti Sprar, al frantoio solidale, è dovuto andare via a cercare lavoro altrove» – aggiunge mentre stringe gli occhi, quasi a scacciare il ricordo delle ore drammatiche vissute dopo il tentativo di smantellamento del sistema di integrazione multietnica, culminato, in seguito all’arresto di Mimmo Lucano, con la sospensione dei fondi dal Ministero che, di fatto ha azzerato altri importanti progetti come l’asilo nido, i vari laboratori di ceramiche, altre attività culturali e sociali e lo stesso ambulatorio medico “Jimuel” costringendo oltre quattrocento immigrati ad andare via dal paese.

«Da due mesi abbiamo ripreso a lavorare – racconta Sidrah mentre saluta Carla, una’imprenditrice tedesca che da qualche anno, per aiutare quanti sono rimasti nel villaggio globale, si occupa di esporre a Berlino i prodotti tipici come l’olio e gli agrumi, i tappeti e le altre creazioni artigianali. – Sono contenta anche per la riapertura dell’ambulatorio medico, inaugurato nei giorni scorsi, perché il mio bambino ha bisogno di cure», conclude mentre il suo sguardo consegna immagini intrise di tristezza e nostalgia per una vita che il cuore “anestetizzato” dei potenti ha negato a tanti innocenti. Quelli che papa Francesco ha definito «abitanti delle periferie esistenziali, vittime della cultura dello scarto», esposte a soprusi e senza diritti. Anche se rifugiati, e in fuga dalla guerra.

fonte gazzetta del sud

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