4 Dicembre 2020

La decisione del Riesame sull’ex dirigente dell’Asp di Cosenza accusato di essere il «motore della corruzione» nel Palazzo di giustizia di Catanzaro. Cade l’aggravante mafiosa. «Incessanti» le attività dei faccendieri che tentavano di aggiustare i processi. Il rapporto strettissimo con il giudice Marco Petrini

Fino a poco tempo prima di essere arrestati il faccendiere Emilio Santoro e il giudice Marco Petrini sono stati in stretti rapporti. Il 6 novembre e, poi, il 2 e il 13 dicembre 2019 i due si sono visti, nonostante Petrini sospettasse di essere intercettato. Maggiore discrezione, richieste di rimanere in silenzio ma identiche attività: consegne di regali al giudice, nuove promesse di regali e nuove richieste di intervento in procedimenti pendenti dinanzi alla Corte d’Appello.
Ma non solo. «Da tali incontri – scrivono nelle motivazioni dell’ordinanza i giudici del Riesame di Salerno – emerge, inoltre, che il Santoro era in rapporti con un altro magistrato in servizio presso la Procura generale di Catanzaro». Necessarie, dunque, le misure cautelari per Emilio Santoro ma non si ravvisa, nei suoi confronti l’aggravante mafiosa, come contestato invece dal gip che il 15 gennaio scorso ne aveva disposto l’arresto. Il Riesame lo ha destinato invece ai domiciliari – come richiesto dal suo avvocato Michele Gigliotti – annullando l’aggravante mafiosa.
Ma procediamo con ordine.

INFORMATI SUI FATTI Sul caso Petrini, sono stati ascoltati i magistrati dei collegi giudicanti della Corte d’Appello di Catanzaro, assegnatari dei procedimento riguardanti l’ex consigliere regionale Giuseppe Tursi Prato e l’imputato nel processo di secondo grado “Itaca Free Boat” Antonio Saraco. Sui procedimento di entrambi pende l’ipotesi accusatoria di corruzione in atti giudiziari, ovvero l’avere avvicinato il giudice Marco Petrini (presidente della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, e presidente della Commissione tributaria provinciale del capoluogo), offrendogli denaro e altri beni (dallo stesso accettati) per tentare di farlo intervenire sui due processi. Non solo, i pm di Salerno – competenti per i reati in materia illeciti contestati ai magistrati del distretto di Catanzaro – hanno ascoltato il titolare della gioielleria “Mauro” nella quale sarebbero stati comprati preziosi diretti alla corruzione, gli impiegati della Bcc del Crotonese, nella quale era direttore Ottavio Rizzuto – coinvolto nell’operazione della Dda di Catanzaro “Thomas” che vede implicato un altro indagato eccellente, Emilio, detto Mario, Santoro, ex funzionario dell’Asp di Cosenza, faccendiere e cerniera tra imputati, porzioni dello Stato e il giudice Petrini. Ascoltati anche i cancellieri e i segretari della Corte d’Appello della Commissione tributaria provinciale. Quando è stato tratto in arresto, scrive il Tribunale del Riesame di Salerno – riguardo all’ordinanza di arresti domiciliari emessa nei confronti di Santoro – appariva «grave ed attuale il pericolo di inquinamento probatorio» da parte di Petrini viste le attività di approfondimento che l’ufficio del pm si accingeva a compiere. Inevitabili i riferimenti a Petrini quando si parla di Santoro. Nei suoi confronti e in quelli di un altro presunto faccendiere tratto in arresto, e poi destinato ai domiciliari, Luigi Falzetta (tutti accusati di corruzione in atti giudiziari) il gip ha ravvisato il pericolo di reiterazione del reato «dal momento che, come emerso dalle indagini, si trattava di soggetti abitualmente dediti alla mediazione fra persone interessate a specifici procedimenti giudiziari (quali il Tursi Prato e il Saraco Francesco, figlio di Antonio Saraco, ndr) ed il Petrini, quest’ultimo individuato quale effettivo punto di riferimento per ottenere decisioni favorevoli».
Quelle di Santoro e Falzetta sono considerate attività «assolutamente incessanti» che si sono ripetute per tutto l’arco di un anno durante il quale la Guardia di finanza di Crotone ha svolto le indagini.

IL “MOTORE” DELLA CORRUZIONE Santoro viene descritto – come sottolinea anche il gip nell’ordinanza di arresto, come il «reale “motore”» delle condotte corruttive, il «trait d’union fra i corruttori, interessati all’ottenimento dei provvedimenti giudiziari favorevoli». Secondo i giudici del Riesame – presieduto da Elisabetta Boccassini – il ricorso presentato da Santoro, tramite l’avvocato Michele Gigliotti, è fondato. Ciò non toglie i gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato.

L’AGGRAVANTE MAFIOSA L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che ne ordinava l’arresto e quella del Tribunale del Riesame che ha destinato Santoro ai domiciliari si compenetrano divergendo prevalentemente sul piano dell’aggravante mafiosa che il Riesame ha ritenuto non sussistente. Secondo i giudici l’aggravante presuppone l’intento di agire per agevolare un’organizzazione mafiosa. «Orbene, dalle attività investigative descritte, emerge chiaramente che ciascun protagonista della vicenda agiva per un fine personale, quale quello di ottenere provvedimenti a se favorevoli, pur nella consapevolezza di partecipare ed avvantaggiare, nel contempo, anche gli interessi» degli altri indagati. Come nel caso del processo di mafia “Itaca Free Boat”, contro la cosca Gallelli di Guardavalle, nel quale Santoro e Francesco Saraco miravano ad “aggiustare” il processo di Antonio Saraco – imputato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. « Nessuno dei suddetti indagati – scrive il Riesame – è risultato interessato ad agevolare il sodalizio criminoso in qualunque modo possibile, né ad esse si è fatto in qualche modo riferimento negli atti di indagine; del resto, il Saraco è stato ritenuto estraneo alla ‘ndrangheta denominata locale di Guardavalle, anzi piuttosto in conflitto con la stessa, per come si legge nelle sentenza in atti (sentenza d’Appello nella quale Saraco Antonio è stato condannato a 10 anni di reclusione, ndr) mentre il Gallelli (Maurizio Gallelli, condanato a 16 anni per associazione mafiosa, anche per lui si era cercato di aggiustare il processo facendogli ottenere uno sconto di pena, ndr), pur appartenendovi, no rivestiva nella stessa un ruolo dirigenziale e all’epoca dei fatti era anche detenuto, onde non si comprende come l’attenuazione di pena richiesta per lui potesse, sia pure indirettamente, avvantaggiare la detta associazione».

SOGGETTO NON AFFIDABILE Secondo il Riesame Santoro è comunque da ritenere un «soggetto non affidabile» che «ha di fatto scelto di acquisire guadagni speculando sull’amicizia con il Petrini e inducendo lo stesso a trasgredire più volte ai suoi doveri di magistrato, anche favorito dalle difficoltà economiche di quest’ultimo, fino al punto di prevedere per lui un introito mensile fisso che gli garantisse la più ampia disponibilità, in aggiunta a numerose regalie, altre a doni in danaro che richiedeva ai singoli interessati». A questo si aggiunge la considerazione di giudici di «una dedizione al crimine non lieve» da parte di Santoro. Tanto più che il 6 novembre e del 2 e 13 dicembre 2019 i due si sono visti, nonostante Petrini sospettasse di essere intercettato. Il fatto che le indagini abbiano portato a individuare rapporti tra l’indagato e un magistrato della Procura generale di Catanzaro rafforza la necessità di misure cautelari. Esigenze cautelari che, secondo il Riesame possono connaturarsi con la detenzione domiciliare poiché non sarebbe determinante per il Santoro l’uso di strumenti informatici per compiere nuove corruzioni. Nè i giudici ritengono che Santoro violi le prescrizioni e si metta in contatto con soggetti disposti a «operare per lui inquinamenti delle indagini ancora da svolgersi; e tanto anche tenuto conto delle dichiarazioni confessorie rese in sede di interrogatorio, oltre che che di quelle parimenti confessorie riportate dal Petrini».

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