Mar. Ott 19th, 2021

Secondo alcuni le “fasi” potrebbero corrispondere alla maturazione dei salumi

Anche quest’anno, nei venerdì di Quaresima, risuoneranno tra i vicoli del centro storico i “Paternostri”, preghiera cantata secondo un’antica litania per le anime del Purgatorio. Dopo un Carnevale meno altisonante del solito, festeggiato un po’ sotto tono ci si avvia al periodo di penitenza precedente la Pasqua, secondo la liturgia cattolica. Tempo di austerità e di astinenza dal cibo, specialmente in passato, quando l’astensione dalla carne rispondeva alla finalità pratica di far maturare gli insaccati, rigorosamente prodotti per il solo consumo della famiglia. Fino a metà dello scorso secolo, quando i frigoriferi cominciavano a far la loro apparizione soltanto nelle cucine di alcune ricche dimore, nella maggior parte delle abitazioni non vi era altro modo di conservare la carne, dopo aver macellato il maiale, se non quella di salarla. Per calendarizzare le fasi di maturazione, nel periodo quaresimale si procedeva, a Caulonia, alla preparazione della “Corajisima”, un pupazzo raffigurante una vecchia, appoggiato su un agrume, in cui venivano infisse sette penne di gallina, rappresentanti le settimane precedenti la Pasqua. Il tempo di magra veniva scandito tirando via (“spinnando”), una settimana dopo l’altra, le penne infilzate.

Vestita rigorosamente di nero, i capelli raccolti da un fazzoletto, aveva un grembiule con tasca e in mano il fuso e la conocchia. La parte terminale era appunto una grossa arancia, nella quale venivano conficcate sette penne di gallina. Le penne si staccavano fin quando non sopraggiungeva il Giovedì Santo, giorno d’inizio del triduo pasquale. Molti ricercatori hanno interpretato l’antropomorfizzazione della Quaresima come un modo di esorcizzare la negatività da essa rappresentata: non una Quaresima da subire, ma da spennare per giungere, da vittoriosi, al suo superamento.

cristina scuteri – gazzetta del sud

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