CORONAVIRUS. LA “FASE 2 SANITARIA” DEL MINISTERO È CON I COVID HOSPITAL. LA CALABRIA È INDIETRO E CON IL PERICOLO OSPEDALI MISTI

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Il governo, messo in guardia dal comitato tecnico scientifico, lo ripete come un mantra. Pur se nelle prossime settimane ci sarà un progressivo allentamento delle restrizioni (economiche e sociali) la Fase 2 è quella della convivenza con il virus. Fintantoché non ci sarà un vaccino il pericolo non è scampato. E se questo vale per la quotidianità delle persone comuni, ancor di più peserà sul servizio sanitario. La rete degli ospedali resterà sotto fortissima pressione anche nei prossimi mesi.Il ministro della Salute Roberto Speranza in alcune interviste rilasciate qualche giorno fa ha spiegato l’aggiornamento del “piano sanitario”. Un programma disegnato su cinque punti. Dai dispositivi di protezione individuale per tutti i cittadini al rafforzamento della rete territoriale (con le Usca le unità speciali di continuità assistenziale con medici generalisti che si occuperanno dei contagiati a domicilio), dalle app di monitoraggio degli spostamenti ai test rapidi fino ai “Covid Hospital”. E qui arriva un nodo gordiano anche per la Calabria. Speranza punta a rafforzare le strutture dedicate ai pazienti infetti, mentre gli ospedali tradizionali devono potersi “concentrare su tutte le terapie ordinarie”, perché il coronavirus non ha fatto sparire le altre malattie. Le indicazioni ministeriali a questo concetto aggiungono quello di puntare alla “de-ospedalizzazione”. Meno pazienti Covid nei reparti, al netto di quelli che hanno bisogno della Terapia Intensiva.

IN CALABRIA TUTTO NEGLI HUB. IL RISCHIO LOMBARDO- Se in Italia in poche settimane sono state tirate su da zero strutture dedicate ai pazienti contagiati, in Calabria siamo in mezzo al guado della Fase 1. La nota regionale del 26 marzo, rinvigorita dalla firma congiunta dal presidente Santelli, dal commissario Cotticelli e dal dg Belcastro, redarguiva le 5 Asp e le 4 aziende ospedaliere (per l’ennesima volta) a non assumere decisioni autonome sancendo che i pazienti Covid vanno concentrati negli Hub (Annunziata a Cosenza, Pugliese-Ciaccio e Mater Domini a Catanzaro, Gom a Reggio Calabria), mentre le aziende sanitarie provinciali, con i loro presidi, devono agire di “rimessa”. In questo momento gli Hub stanno tenendo botta e non hanno un elevato indice di occupazione nei tre contesti caldi: Terapia Intensiva, Malattie Intensive e Pneumologia. Ma, pur affinando i percorsi per garantire la sicurezza sul resto delle attività (con le cosiddette “coorti”), sono diventati ospedali misti e l’incidente può capitare. Basta guardare alla “strage nella strage” del personale medico e sanitario che si sta piangendo nel Paese. Lo screening sugli operatori ospedalieri calabresi finora è stato benevolo (una decina di contagi in tutto fra Pugliese e Gom di Reggio Calabria), ma guai a tirare troppo la corda. Il dramma lombardo insegna proprio questo: saturare gli ospedali può scatenare l’inferno.

LA SITUAZIONE DEI POSTI LETTO E I “REPARTI COVID”– Nonostante il decreto regionale di inizio emergenza avesse individuato i Covid Hospital nelle tre aree (nord, centro e sud) per un totale di 310 posti letto, i presidi minori si stanno muovendo a macchia di leopardo ed appunto a supporto degli Hub. Nessuno è in grado di fare strutture ad hoc per i contagiati, ma al massimo dedicare reparti. L’Asp bruzia ha attivato 6 posti letto Covid di Pneumologia nel presidio di Cetraro per il Tirreno Cosentino, sulla carta altri 36 (10 Pneumologia, 10 sub-intensiva, 10 riabilitazione cardio-respiratoria e 6 terapia intensiva) a Rossano per l’area Jonica. Nell’area Sud, c’è una situazione meno decifrabile. A Locri, un recente blitz dei Nas ha messo in luce gli spazi fin troppo ristretti nel “triage” dei pazienti Covid e la non implementazione dei percorsi separati con le attività ordinarie (per paradosso, la cosa dall’ospedale è stata addebitata ai troppi altolà della Regione). Nell’area centro Mater Domini ha concentrato il trattamento dei Covid nell’edificio A “misto” (causando l’allarme del rettore dell’Umg) e ancora non si capisce se confinerà i casi positivi qui, nell’edificio C che dovrebbe concedere l’Università o un in fantomatico ospedale da campo annunciato ormai un mesetto fa. Tropea, con i suoi potenziali 40 posti letto, ancora non è pronta. Il quadro generale (aggiornato a qualche giorno fa) si presentava così: i posti letto di Terapia Intensiva sono passati da 105 a 159 (67 non-Covid e 92 Covid) con il target di 213. Pneumologia era partita da 61 ed è salita ad 81, mentre Malattie Infettive da 64 a 146 (anche a causa per effetto del trasferimento in blocco dei pazienti dalla Rsa di Chiaravalle a Mater Domini). Insomma, per come si è messa in Calabria, a livello sanitario, si rischia di rimanere incagliati nella impostazione della Fase 1.

LE UNITA’ SPECIALI DI CONTINUITA’ ASSISTENZIALE SOLO ISTITUITE– Un’ulteriore riprova arriva dalla destinazione del personale che sta per essere reclutato a tempo determinato per fronteggiare l’emergenza. Il contingente autorizzato una decina di giorni fa dalla Regione i circa 200 medici, 400 infermieri, 150 Oss, 30 tecnici e 10 biologi- si sta giocoforza catapultando negli Hub. Le Asp rischiano di restare con le briciole e così i loro ospedali possono rimanere scoperti nella Fase 2. Sempre se la Calabria riuscirà ad allinearsi. L’altro tassello, la continuità assistenziale sul territorio con i medici che dovrebbero curare a casa gli infetti è ai primordi. Giusto il decreto istitutivo delle 37 Usca, ma ancora nessuna risorsa stanziata. Ce ne sarebbero a disposizione circa 3 milioni di euro sul totale dei 21 milioni per la Calabria, con circa 18 destinati al reclutamento d’emergenza negli ospedali. Sono rimasti congelati, come rischia di esserlo a lungo la Fase 2 sanitaria.

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