LA GRAVIDANZA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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Affrontare una gravidanza non è facile. Ai tempi del coronavirus lo è ancora meno.
Portare una nuova vita in grembo è un’esperienza stravolgente, totalizzante, a tratti anche estenuante. È un viaggio sulle montagne russe che culmina sempre in un’esplosione di luce: un fuoco d’artificio dai mille colori che illumina di bellezza anche il cielo più buio.
Ai tempi del coronavirus però questa bellezza è intrisa anche di tristezza, e solitudine. Perché le future mamme nella maggior parte dei casi si trovano lontane dalle persone care, impossibilitate a poggiare la testa sulle spalle delle proprie madri quando si sentono troppo stanche, impedite a condividere le gioie dei primi acquisti, la confusione della preparazione della valigia per l’ospedale, le ansie e le aspettative di questo viaggio che, in ogni caso, è sempre un’incognita per tutte.
Le future mamme ai tempi del COVID-19 non vivono la gravidanza in un clima di serenità e gioiosa aspettativa, come dovrebbe essere. Vivono nella preoccupazione, come del resto il mondo intero, nell’ansia. Vivono rinchiuse nei loro pensieri, nelle loro domande senza risposta. Perché non hanno il supporto che vorrebbero, perché è come se tutto si fosse fermato. Tranne loro. La gravidanza continua a procedere mentre i corsi preparto vengono annullati, le visite mediche diradate, gli ospedali blindati. E loro si trovano a tuffarsi tra le onde di un mare troppo vasto e troppo profondo da affrontare da sole.
Perché questa, la solitudine, è la sensazione che provano maggiormente le future mamme, a causa della quarantena che per mesi le ha costrette a rinchiudersi in casa, privandole di ogni contatto sociale con le persone care, con altre mamme, ma anche con medici e operatori specializzati, che avrebbero potuto aiutarle ad affrontare meglio le difficoltà, i problemi, le incertezze.
E quando arriva il momento di affrontare quelle onde che tanto fanno paura alle future mamme, eccole ritrovarsi ancora una volta, ma stavolta ancora di più, da sole. Perché non possono stringere la mano del loro compagno, essere rassicurate da un abbraccio, guardarlo in quegli occhi speranzosi che dicono “andrà tutto bene”.
Perché i bambini nati durante il coronavirus sono piccole stelle di speranza in grado di squarciare il cielo buio di questi tempi duri, ma i loro padri a questa straordinaria esplosione non possono assistere. Possono solo aspettare, da lontano, che arrivi il momento in cui potranno ammirarla. Solo in quel momento, in cui mamma, papà e figlio saranno insieme, e si guarderanno con l’emozione negli occhi, sarà nata non solo una vita ma una famiglia.
 
Annalisa Lombardo
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