RISTORAZIONE, NO ALL’ASPORTO! PERCHÉ LA REGIONE CALABRIA NON HA ACCOLTO LA PROPOSTA DELLA LEGA?

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La Regione Calabria non sembra essersi ancora calata nei difficili panni delle migliaia di micro e piccoli imprenditori della ristorazione per i quali la vita sta diventando davvero dura. Occorrerebbe, invece, e al più presto, immedesimarsi nelle esigenze sempre più stringenti di una miriade di operatori economici le cui attività sono state pesantemente messe in crisi dall’emergenza Covid-19. Uno dei settori più colpiti in assoluto, e che nella stragrande maggioranza dei casi fa capo a ditte individuali o aziende a conduzione familiare, è quello della ristorazione: trattorie, pizzerie, rosticcerie, pub, paninoteche, ristoranti tra i più vari in termini di offerta e, più in generale, altre attività artigiane connesse al mondo del cibo, tra le quali, ad esempio, le pasticcerie e i vari laboratori specializzati in dolciumi.

L’ultima ordinanza firmata dalla Presidenza della Regione Calabria (la n. 36 del 24 aprile 2020) non ha inteso consentire il cosiddetto “asporto”, ma solo “la consegna a domicilio, in proprio o per conto terzi”, ovviamente rispettando tutte le “norme igienico-sanitarie nelle diverse fasi di produzione, confezionamento, trasporto e consegna dei cibi”. La consegna a domicilio può essere sollecitata “con la sola modalità di prenotazione telefonica ovvero on line”.

Altre Regioni italiane si sono dimostrate più attente. L’Abruzzo, paragonabile per densità di popolazione e per stili di vita alla Calabria, con ordinanza n. 46 del 23 aprile 2020 ha invece previsto che dal 24 aprile, anche nei giorni festivi, è consentita “la vendita di cibo da asporto da parte degli esercizi di somministrazione di alimenti e da parte delle attività artigiane”. In Abruzzo è quindi già operativa “la vendita per asporto effettuata previa ordinazione on-line o telefonica, garantendo che gli ingressi per il ritiro dei prodotti ordinati avvengano per appuntamenti, dilazionati nel tempo, allo scopo di evitare assembramenti all’esterno e consentendo nel locale la presenza di un cliente alla volta, assicurando che permanga il tempo strettamente necessario alla consegna e al pagamento della merce”. Perché non fare la stessa cosa in Calabria, consentondo così a migliaia di operatori regionali della ristorazione di ricominciare a vedere un po’ di luce, in un contesto in cui i fitti continuano ad essere corrisposti o sono comunque dovuti, e le famiglie di riferimento sono entrate in forte sofferenza finanziaria? No, l’asporto no! Ma per quale motivo?

Né, a favore di tali categorie, occorre sottolinearlo, sono stati eliminati i vari balzelli che gravano ormai come un macigno vista la riduzione a zero o quasi delle entrate. Né sono giunti aiuti a fondo perduto. Niente di niente! Eppure, nella maggioranza di centrodestra che governa da qualche mese la Regione, la Lega aveva fatto presente l’esigenza di partire subito con l’autorizzazione dell’asporto, pratica che è oggettivamente gestibile nel pieno rispetto delle pur giuste normative igienico-sanitarie imposte dal Coronavirus. Ma alla Lega chissà perché è stato detto di no, e così ai rappresentanti di quelle categorie porduttive che avevano fatto analoga richiesta.

La stessa Toscana, con governo sostenuto dal centrosinistra, e comunque una regione del centro-nord Italia, con ordinanza n. 41 del 22 aprile 2020 ha consentito a partire dal 24 aprile “la vendita di cibo da asporto da parte degli esercizi di somministrazione di alimenti e da parte delle attiivtà artigiane”, da effettuare “previa ordinazione on-line o telefonica”, nonché imponendo tutte le corrette precauzioni igienico sanitarie e di effettuazione delle specifiche modalità già citate in riferimento all’Abruzzo. Sia l’Abruzzo sia la Toscana si sono premurati di ribadire il divieto del “consumo sul posto”, in attesa di nuovi scenari e provvedimenti ad hoc.

L’attivazione dell’asporto avrebbe potuto consentire, ad esempio, a tante pizzerie e trattorie di iniziare a incassare, quotidianamente, qualche decina di euro per rimettere in moto una macchina economica e finanziaria che non solo ha subito un brusco arresto, ma che è tra le più disorientate anche rispetto alle prospettive, in quanto è consapevole che un pieno ritorno alla normalità, con gli assembramenti, le file e la folla cui eravamo tutti abituati, resta un punto interrogativo enorme.

Non sempre la politica è in grado di farsi carico dei problemi reale del popolo, soprattutto in riferimento a quelle fasce di popolazione che non hanno redditi sicuri e le cui vite sono strettamente connesse a quelle delle loro attività private. Non ci si immedesima nelle preoccupazioni e nelle difficoltà pratiche di tantissimi piccoli imprenditori per i quali il fermo totale è una sciagura, un dramma nel dramma. Nessuno sta mettendo in discussione il dovere delle istituzioni di mettere in atto tutte le misure necessarie al contenimento del Coronavirus, ma dall’altro lato non si può non ascoltare le grida di sofferenza che giungono da diversi comparti produttivi. Consentire l’asporto sarebbe stato, in questo quadro generale, un provvedimento utile, fattibile, praticabile e con rischio bassissimo se non nullo, al netto del rispetto rigoroso delle procedure fissate dalle richiamate ordinanze delle Regioni Abruzzo e Toscana.

Un’ultima considerazione riguarda “la consegna a domicilio, in proprio o per conto terzi” prevista dalla menzionata ultima ordinanza della Regione Calabria (la n. 36 del 24 aprile 2020). Che si intende per terzi? Il riferimento è a ditte autorizzate per l’effettuazione a pagamento di questo servizio? O “terzi” possono essere considerati anche singoli cittadini e residenti intenzionati a condurre a domicilio del cibo prodotto da attività di ristorazione? Nella fattispecie, pensiamo a un possibile esempio: un figlio che ha un genitore anziano desideroso di mangiare una pizza o un “morzello” catanzarese, può prenotare la pietanza per telefono e poi ritirarla e consegnarla a domicilio in quanto “terzo”? Oppure, qualora l’esercizio prescelto non sia dotato di personale proprio per le consegne, ci si deve rivolgere a un “rider”? Si sa, però, che i “rider” sono un fenomeno tipico delle metropoli, e non dei piccoli centri calabresi. Cosa fare quindi? Non sarebbe stato meglio specificare quel “per conto terzi”, aggiungendo “mediante ditte specializzate e appositamente autorizzate”?

Anche questa vicenda del negato “asporto” rientra nel più complesso ritardo che la politica calabrese accumula ormai da anni rispetto alla necessità assoluta di mettersi in sintonia con la società, con il popolo, con le imprese, con il mondo vero del lavoro. Né si può sottovalutare il rumoroso “no” politico indirizzato alla Lega, segnale di difficoltà di comunicazione all’interno di una maggioranza di centrodestra che durante la campagna elettorale aveva predicato il verbo della svolta e della discontinuità! Una cosa è certa: in politica non si può essere terzi!

 
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