Mer. Mar 3rd, 2021

Nel 1865, dopo lunghe e tormentate tragedie umane, venne abolita l’odiosa schiavitù, crimine contro
l’umanità.
Per la prima volta, dopo circa tre secoli, di ininterrotta tratta umana tra Africa e Occidente, l’isola di Gorèe,
nel 1865, resta senza schiavi da scambiare all’asta, non con soldi, ma con banale mercanzia, portati
dall’occidente, dopo un lungo viaggio triangolare.
Il galeone partiva da Gorèe, carico di schiavi africani, ammassate come bestie nelle stive, giunto in America,
lasciava il carico umano e imbarcava zucchero, cotone, cacao, ripartendo alla volta dell’Europa, dove
scaricava e prendeva a bordo delle merci di scarso valore come: ciprea, merletti, specchi, perline di vetro,
ecc., prima di riprendere il mare, di ritorno verso Gorèe.
Gorèe, isola dell’oceano atlantico, era la prigione naturale degli schiavi, ricorda un crimine contro l’umanità,
dichiarato dell’Onu nel 1984, oggi, patrimonio dell’Unesco dal 1978.
La gioia per la conquista di libertà, è stata immensa, tocca ogni angolo del mondo, ripaga le lotte fatte, ma
non sarà mai sufficiente a colmare il dolore per il sangue versato in quelle acque, lungo un viaggio
proibitivo di circa seimila chilometri, durante il quale solo la metà, quelli più forti, arrivavano a destinazione
nel porto di New York.
Il resto finiva in mare in pasto agli squali, gente innocua, che non aveva creato del male a nessuno,
prelevata con la forza dai propri affetti e dalla propria terra, negli stessi luoghi da dove provengono i flussi
di immigrati odierni.
Ieri, schiavi catturati, incatenati, spostati con la forza, verso altri continenti.
Oggi, schiavi persuasi, con promesse impossibili da mantenere, spostati a pagamento verso l’Europa.
Ieri, gli organizzatori della tratta, frustavano gli schiavi per farli mangiare e danzare, mantenendoli in forma
per negoziarne il prezzo.
Oggi, i trafficanti, incassano i soldi, li caricano su barconi malmessi senza cibo né acqua, in balia delle onde
nel mediterraneo.
È sorprendente scoprire come lungo questi viaggi della sofferenza, ieri venivano trattati meglio che oggi,
ma in entrambi i casi, in molti, finivano senza vita in acqua.
Oceani e mari imbrattati di sangue innocente, di gente sradicata dalla propria terra per giungere in terre
lontane a fare gli schiavi, lavorando come bestie dall’alba al tramonto, ininterrottamente, mal nutriti, mal
pagati, mal vestiti, mal alloggiati.
C’è poca differenza tra schiavi di ieri e immigrati di oggi, ecco perché questo breve confronto storico.
In entrambi i casi, impiegati per fare lavori nei campi, sfruttati e calpestati nella dignità di uomini e donne,
quando non vengono applicati i contratti e le regole previste dalla legge o ancora peggio quando cadono
nelle grinfie di caporali senza scrupoli.
L’Italia, porta sul mediterraneo, come l’isola di Gorè, penisola di approdo degli schiavi d’Europa, che tutti
cercano di rifiutare, ma non disdegnano la loro presenza, magari a basso costo, nei faticosi lavori dei campi.
Peccato che della loro esistenza c’è ne accorgiamo quando manca la manodopera nelle campagne per la
deperibile raccolta dei prodotti e non durante il resto dell’anno, magari per dare uno sguardo sulle
condizioni in cui vivono, nelle tendopoli o baraccopoli, disseminate in quelle aree di attrattiva per le grandi
campagne di raccolta di frutta e ortaggi.
Riflettiamo su alcuni provvedimenti da prendere non più rinviabili, ad iniziare dalla regolarizzazione di
coloro i quali si trovano già da tempo nel nostro paese, senza aver commesso reati, poiché non si
giustificano in alcun modo, tenute di comportamenti irriguardosi nei confronti di questa gente, desiderosa
di lavorare onestamente, oltretutto, quando questo tipo di manodopera manca.
Serve puntare ad una riorganizzazione dell’immigrazione regolare, per impedire alla criminalità di
continuare a lucrare sulla povera gente, pressata dalla disperazione e costretta a muoversi in cerca di
conforto e condizioni di vita migliore.
Il nostro Paese, per non dire l’Europa, deve dotarsi di una specifica istituzione snella e libera da questa
imperante, quanto mai odiosa burocrazia, che continua a creare disagi senza prospettive.
Deve istituire una specifica “diplomazia dedicata all’immigrazione”, che faccia contrasto all’illegalità,
mediante accordi continui con i principali paesi di origine, oltre a creare le precondizioni affinché si possa
giungere ad attività produttive e lavorative, in questi luoghi, per mitigare quanto possibile le partenze dei
migranti economici.
Diplomazia significa, l’impiego di esperti in quelle discipline, utili a studiare e indagare, mediante un’attività
complementare alle istituzioni locali direttamente sul territorio, per orientare una scelta oculata sui bisogni
reali di chi è desideroso di spostarsi, secondo criteri oggettivi di necessità, personali e familiari.
Significa organizzare momenti educativi su; lingua, cultura minima normativa e primi nozioni di formazione
professionale del paese di accoglienza, da riprendere e perfezionare una volta giunti a destinazione e
occupati in attività lavorative.
Significa continuare a sostenere le fragilità durante la permanenza nel nostro paese, con attività di
inclusione, studiate per specifici segmenti di inserimento al lavoro, vitto, alloggi, attività sportive e
ricreative, ecc.
Significa affiancare lavoratori e aziende per creare presupposti, affinché si possa giungere ad avere alloggi
dignitosi, magari, mediante moduli abitativi Green, da noi già studiati e proposti, da ubicare in quelle
aziende che ne facciano richiesta e hanno una dimensione e una forza lavoro tale da poter ricorrere a
questo agile strumento, affiancate da un sostegno finanziario da prevedere e erogare alle aziende.
Come già presentato in altre circostanze, alleghiamo, intero schema progettuale dei moduli abitativi da
prendere in considerazione, oggi più che mai, posto che il distanziamento sociale diventa uno degli
accorgimenti più importanti per frenare il contagio di questo dannoso virus.
Questo, permetterebbe di alleggerire la presenza di immigrati dentro strutture collettive come la tendopoli,
ad elevato rischio contagio.
Sono questi a nostro giudizio alcuni provvedimenti utili ad alleggerire la tensione e i disagi createsi intorno
ai lavoratori immigrati, soprattutto in questa delicata fase di coronavirus, dove vige una crescente
incertezza sulla salute dei lavoratori.
Romolo Piscioneri – Fai Cisl Reggio Calabria

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