Ex Lsu, una storia di coraggio che merita di essere premiata

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Affinché un lavoro renda felici deve emanare un qualche bagliore di soddisfazione. La soddisfazione è ciò che ci fa alzare al mattino motivati, grintosi. È l’ingrediente affinché qualunque cosa sia fatta bene.
La storia degli ex Lsu è una storia di chi non ha mai mollato, di chi si è sempre aggrappato a quel filo di speranza che gli ha permesso di sentirsi vivo.
La storia degli ex Lsu non è affatto una storia di grandi successi, ma è una storia di grande coraggio. Uno dei più begli esempi di resilienza. Di fiducia nel domani.
Tutto ha inizio negli anni ’90 quando gli ex Lsu cominciano il rapporto di lavoro con gli enti locali – Comuni, Province e Regioni.
Alcuni di loro nel 1996 vengono dislocati nelle scuole per carenza di personale. Ciò fu possibile perché allora i collaboratori scolastici erano ancora forniti dagli enti locali.
La carenza di organico di alcuni istituti scolastici era altissima, e gli ex Lsu erano la soluzione migliore per reperire manodopera immediatamente e, soprattutto, a basso costo.
Il loro stipendio mensile ammontava a 780.000 lire. Non erano riconosciuti i contributi così come non era riconosciuto il rapporto di lavoro dipendente.
Quella degli ex Lsu è una storia di diritti che piangono.
Nel 2001, quando il personale ATA passò per competenza allo Stato, il governo Prodi li “obbligò” a firmare un contratto di lavoro con le cooperative : o così o a casa, non c’era altra alternativa.
Fu allora che iniziò un vero e proprio calvario.
Il Ministero anziché assumerli, com’era legittimo, alle dirette dipendenze della Scuola per il servizio prestato e la professionalità acquisita in 5 anni, ignorando completamente la Legge 144/99 art.45 comma 8 – che riservava il 30% dei posti vacanti agli Lsu Ata – sottoscrisse una convenzione “Quadro” tra Ministero della Pubblica Istruzione, Ministero del Lavoro, Ministero dell’Economia e quattro Consorzi Nazionali di cooperative.
La convenzione assegnava ai sottoscrittori in modo diretto, senza gara di appalto, le pulizie della scuola, con l’obbligo di “stabilizzare” gli Lsu Ata.
Tradotto in soldoni: gli Lsu Ata venivano “svenduti” alle cooperative, declassati e inquadrati come pulitori di 2° livello part time.
La storia degli Lsu è una storia di diritti calpestati, infangati, disonorati, offesi.
Lo sfruttamento passò dallo Stato alle ditte private. Il contratto prevede 35 ore settimanali, nessuno scatto di anzianità e uno stipendio di circa 1000 euro.
Con la Legge di Bilancio di fine 2018 con cui viene disposta l’internalizzazione del servizio di pulizia delle scuole dal 1° gennaio 2020, si apre finalmente uno spiraglio: i posti come collaboratori scolastici a tempo indeterminato vengono accantonati per i dipendenti ex-LSU delle ditte di pulizia private che svolgevano il servizio.
I posti sarebbero stati assegnati con un’apposita procedura selettiva, per titoli e colloquio, finalizzata ad assumere alle dipendenze dello Stato il personale impegnato per almeno 10 anni, anche non continuativi presso le Istituzioni Scolastiche ed Educative Statali.
Che bella notizia! Finalmente qualcuno si era ricordato di loro. L’entusiasmo è alle stelle. Si pensa che, nonostante tutto, i sacrifici di tanti anni non sono stati vani. Quell’entusiasmo riaccende la motivazione.
Ma il momento della disillusione non tarda ad arrivare.
L’internalizzazione prevede un contratto a 18 ore settimanale, lo stipendio, già di per sé misero, viene dimezzato. 5000 lavoratori part-time si ritrovano ancora una volta a dover fare i conti con la disperazione.
Si avverte di nuovo il riverbero del rumore di un sogno infranto misto al sapore del tradimento
Madri e padri di famiglia che giá facevano una gran fatica ad arrivare a fine mese potendo contare solo su 1000 euro, si ritrovano a dover riprogrammare le loro vite in vista di nuove rinunce. Una doccia fredda. Lo sconforto che bussa di nuovo alla porta.
Affinché abbia ancora un senso festeggiare il 1° maggio, è necessario che la battaglia degli ex Lsu così come quella di tantissimi altri lavoratori che nella vita si sono visti calpestati i propri diritti, diventi la battaglia di tutti. L’ingiustizia nel lavoro calpesta la dignità umana. Sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato – come ha ribadito più volte anche Papa Francesco – è anticostituzionale. Una Politica che si consideri tale deve debellare questa miseria morale.      CECILIA RULLO

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