3 Dicembre 2020
 
 

La vicenda viene ricostruita nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Libera Fortezza” sfociata martedì scorso in ventidue arresti tra Polistena e altri centri della Piana. l’episodio risale all’autunno di qualche anno fa. Tutto inizia quando un prete, non indagato, subisce il danneggiamento dell’auto: gli segnano una croce sulla fiancata sinistra. Se ne accorge appena uscito dal bar , è un classico avvertimento mafioso che il sacerdote comprende subito e del quale avvisa la Diocesi di Palmi-Oppido. Gli viene correttamente suggerito di denunciare. E così fa ai carabinieri, omettendo però – è la tesi della Dda di Reggio – un particolare rilevante: conosceva l’identità del responsabile. Omertà, paura? Fin qui ci può stare. È l’attivazione di un canale “parallelo” che attira l’attenzione degli inquirenti: il prete si rivolge “agli amici” per avere protezione. «Ha insultato il nostro prete; questo qua è andato a danneggiargli la macchina al prete, l’ha minacciato gli ha detto che lo ammazza», dicono due indagati intercettati al telefono. Mentre i carabinieri indagano, la cosca sa perfettamente chi cercare. E lo raggiunge ben presto, facendo intervenire altre famiglie sul territorio della Piana. Passa poco e arrivano rassicurazioni: «Mi ha detto lui… non ti sporcare le mani, non ti preoccupare di niente che stasera lo acchiappo io… poi prendo e lo chiudo nel cofano della macchina, lui è andato là fuori ha acchiappato a questo qua, gli ha detto da questo momento in poi quando vedi… girati dall’altro lato, ma io … girati dall’altro lato se no vedi che sono costretto a venire e ti sparo io stesso perché io gli devo dare soddisfazione alle persone… e non l’hanno toccato più… non l’hanno toccato più». 

CHIARE le annotazioni della Direzione distrettuale antimafia di Reggio sul contesto: «È importante osservare come, sebbene il prete non abbia fornito in denuncia dichiarazioni o informazioni utili all’identificazione dell’autore del danneggiamento subito, tali particolari erano stati invece rappresentati allorquando si era rivolto “parallelamente” a soggetti estranei alle forze dell’ordine.». Fra l’altro «è ragionevole ipotizzare che il sacerdote intrattenga rapporti stretti con alcuni componenti del sodalizio: difatti viene indicato con l’appellativo “nostro”». Tutto perfettamente da protocollo. Quello, però, di «un contesto tipicamente mafioso».

 

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