“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. L’evangelizzazione di Fratel Cosimo al Santuario Nostra Signora dello Scoglio, il primo sabato di luglio

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Prima che Sua Eccellenza il Vescovo della Diocesi di Locri – Gerace, monsignor Francesco Oliva, celebrasse la Santa Messa, al Santuario Nostra Signora dello Scoglio, il fondatore, Fratel Cosimo Fragomeni, ha effettuato una evangelizzazione che riportiamo, quì di seguito, integralmente, dopo aver sbobinato la registrazione della stessa.
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. Con queste parole riportate nel Salmo 118 al v. 26 della Bibbia, rivolgo a tutti voi miei cari fratelli e sorelle, un saluto di pace e di ogni bene, con un cordiale benvenuto nel Santuario Nostra Signora dello Scoglio. Oggi quattro luglio, primo sabato del mese, ci ritroviamo per il consueto incontro, nonostante le non poche difficoltà a cui siamo ancora soggetti nell’osservare determinate regole dovute al coronavirus. La Madonna come ci ha preservati dal contagio, così ci aiuterà anche per tutto il resto affinché ogni cosa sia superata nel miglior modo possibile. Ed ora, in ubbidienza alla Parola del Signore vogliamo prestare la nostra attenzione al Vangelo di Matteo c. 11 a partire dal v. 28 fino al v. 30. Così disse Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Fratelli e sorelle che siete in ascolto, in questa atmosfera di silenzio e di pace, l’esortazione del versetto ventotto del Vangelo che abbiamo ascoltato pocanzi, è assolutamente un’esortazione solenne. “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi”, cioè, voi che siete travagliati ed aggravati. Queste parole sono parole di grazia, pronunciate da Gesù verso tutti gli uomini, e in particolare verso il peccatore aggravato dal peso del peccato e Gesù lo invita nel modo più benevolo, amabile e amorevole ad andare a Lui, e queste sue parole sono appunto, per il peccatore, la garanzia di pace, di felicità e di vita eterna. L’invito che abbiamo ascoltato da parte di Gesù nel Vangelo, è direttoa tutti, poiché tutti gli uomini, se la loro coscienza è sensibile, sono travagliati ed aggravati. “Venite a me, ed io vi darò ristoro”, cioè riposo. Proprio questo fa il Signore Gesù Cristo, prendendo sopra di sé il nostro carico di peccati e di sollecitudini, se noi, s’intende però, glielo portiamo e lo consegniamo a Lui nel Sacramento della Riconciliazione, e tutti coloro che si avvicinano a Lui, e vivono in Lui per la fede, cioè credendo, godono della sua pace. L’autore della Lettera agli Ebrei c. 4 v. 3 per propria esperienza personale dice: “Infatti possiamo entrare in quel riposo noi che abbiamo creduto”. Noi dunque, miei cari in Cristo, in qualità di credenti, siamo chiamati ad andare con assiduitàdal Signore. L’invito di Gesù non vale solo per l’empio, cioè colui che offende Dio, ma vale anche per colui che è già divenuto figlio di Dio. Nel Libro del Profeta Isaia al c. 55 v. 3 vi leggiamo queste parole di esortazione che sono in piena sintonia con il Vangelo che abbiamo ascoltato: “Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete”. L’esortazione di Isaia, come possiamo constatare, è identica all’invito di Gesù nel Vangelo, poiché la Parola del Signore se vogliamo, è tutta ben collegata. L’uomo oggi purtroppo, molto spesso spende la sua vita, la sua fatica per ciò che è vano ed illusorio. Ammettiamolo questo. Facciamo attenzione: anche colui che si ritiene figlio di Dio può cadere in questa trappola. E’ vero che le parole pronunciate dal Profeta Isaia erano rivolte al popolo di Israele, ma il principio se vogliamo, dobbiamo farlo nostro. “Venite a me” disse Gesù. Ma che cosa significa andare da Gesù? Significa andare innanzi a Lui. Solo quando ci troviamo dinnanzi alla presenza del Signore possiamo trovare la vera pace e la piena gioia. Quando il nostro cuore è occupato dall’angoscia, dall’ansietà, dalle preoccupazioni, andiamo con fiducia al Signore a deporre ogni nostro peso. Infatti il Signore Gesù si rivolge a coloro che sono affaticati ed oppressi. Quanta fatica inutile molte volte l’uomo spende. Proprio come è scritto nel Libro di Qoeletc. 1 v. 3: “Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole?”. Cerchiamo dunque di capire bene: quando la propria fatica è spesa per raggiungere scopi effimeri e vani, essa non ha alcun valore. Solo la fatica dei figli di Dio spesa per il Signore non sarà mai vana. Dice San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi: “Perciò fratelli miei carissimi, rimanete saldi e incrollabili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore”. Infatti, ogni fatica spesa per il Signore sarà ricompensata. Ecco perché non sarà mai vana. Miei cari fratelli e sorelle, disse ancora Gesù nel Vangelo di Matteo: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Questa figura del giogo di cui parla Gesù, allude al giogo che si pone sul collo dei buoi che arano la terra. Io, per esperienza personale ne so qualcosa. Tale figura riporta il mio pensiero indietro nel tempo, proprio quando nella mia giovane età, non solo dovevo portare i buoi con il gregge al pascolo ogni giorno, ma dovevo anche, specie nei periodi di semina, arare la terra con l’aratro trainato dai buoi. A questo punto permettetemi di raccontarvi qualcosa a riguardo. Mi ricordo che con i miei genitori e i miei nonni prendevamo tutti gli attrezzi del lavoro, un po’ di pane e formaggio e una bottiglia di vino, e di buon mattino partivamo da casa per raggiungere la località dove avevamo il terreno. Non posso dimenticare le parole di mio nonno che mi diceva: Cosimedu, moviti, ca a matinata faci a iornata. Non so se riuscite a capire il dialetto del luogo. Mi voleva dire: sbrigati, fai presto, perché se incominciamo a lavorare di buon mattino riusciamo a fare qualcosa, altrimenti passa la giornata senza aver fatto nulla. Quando mio nonno mi diceva di fare qualcosa io scattavo come una molla e mia nonna aggiungeva: vai comunazivittula. La “zivittula” non so che cosa sia, ma suppongo che mia nonna voleva dire che mi muovevo velocemente. Allora, una volta giunti sul posto, mio nonno o mio padre mi dicevano: Pigghia i vacchi u m’impaiamu. Prendi i buoi che li dobbiamo impaiare, cioè metterli insieme. Cosa significa il termine “impaiare”? Significa che bisognava prendere il giogo, detto in dialetto all’usunostu, “u iuvu”,metterlo sul collo dei buoi e legarlo con i così detti “paiura”. I paiura erano due fasce di cuoio, i quali avvolgevano il collo dei buoi e tenevano fermo il giogo sul collo. Poi con due corde chiamate “paricchiara”, si chiamavano così perché erano delle corde lunghe, con ciascuna di esse legavo i buoi dalle corna, e con la stessa corda gli avvolgevo l’orecchio sinistro, di modo che durante l’aratura del terreno, se i buoi non camminavano insieme dritti, io da dietro nel tenere in mano l’aratro con le due corde, tirando l’una o l’altra verso destra o verso sinistra, il bue si correggeva, poiché la corda gli stringeva l’orecchio ed esso era costretto ad ubbidire al comando della corda. Di certo, guidare un paio di buoi mentre si ara la terra, non è tanto facile, perché chi li guida deve stare molto attento a come tenere in mano l’aratro e allo stesso tempo come manovrarlo, poiché contemporaneamente deve tenere in mano anche le due corde con il bastone. Il bastone era un po’ particolare, lo preparava mio nonno, e si chiamava “il bastone con la centra”. Sapete che cos’era la “centra”? La centra consisteva in un chiodo che mio nonno tagliava a metà con la tenaglia, e la parte appuntita la conficcava in cima al bastone, sicchè quando qualcuno dei buoi rallentava il passo io lo toccavo per di dietro con la punta del chiodo e il bue accelerava di nuovo il passo. Se c’è qualche contadino in mezzo a voi, che ha fatto questa esperienza, può confermare quello che dico. Forse, miei cari, vi ho stancato? Ma non potevo fare a meno di commentarlo, poiché il Vangelo me lo ha riportato alla mente. Anche se non ho raccontato proprio tutto, in quello che ho riportato ho cercato il più possibile di essere sintetico. E con questo episodio della mia giovinezza concludo la nostra riflessione cristiana sul testo evangelico che abbiamo ascoltato. Vi dico grazie per la vostra attenzione. La S. Vergine, Nostra Signora dello Scoglio ci aiuti ad imparare da Gesù l’umiltà e la mitezza di cuore, e così troveremo ristoro per la nostra vita. Dite Amen. Dio vi benedica e sia lodato Gesù Cristo.

Il Vescovo, monsignor Francesco Oliva


Fratel Cosimo

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