SIDERNO (RC) : LA FIGLIA DI PINO GREGORACI COSÌ SCRIVE: ” VOGLIAMO GIUSTIZIA”

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Era il 18 luglio dello scorso anno, mentre stai vivendo la tua vita felice e spensierato, organizzando gite al mare,vacanze, sogni e progetti insieme alla tua famiglia e soprattutto vai a dormire con la serenità di chi sa che nel proprio percorso di vita ha seminato bene e valori umani inestimabili.
Una vita dedicata al lavoro onesto sin da piccolo. Sogni infranti in un istante. Erano circa le 4.00 del mattino, sentiamo da un megafono gridare il nostro cognome, qualcuno sta buttando giù la porta, nel sonno tranquillo ci troviamo la casa invasa da poliziotti che ti costringono ad alzarti di corsa, cosa fai ancora a letto chiedono, ma purtroppo lui voleva del tempo, doveva mettersi la protesi, ma a loro poco importava, tra i pianti e le grida di mia mamma e i miei fratelli rimbombano le parole: “Gregoraci c’è un provvedimento nei tuoi confronti, preparati il borsone vieni con noi”.

 

 

Da lì il nostro calvario ha avuto inizio, attenuato però dalla speranza di una vera giustizia.
Passano i giorni e non sappiamo dove ti trovi, cosa fai, se stai bene, se mangi o se dormi.
Finalmente arriva la nostra prima visita, “state tranquilli, si risolverà tutto, tutto questo è assurdo” ci dicevi.
Dopo meno di un mese la chiamata che sei stato trasferito a 1.300 km lontano da noi, tu con il tuo problema, costretto ad affrontare quel lungo viaggio caricandoti dei tuoi bagagli senza nessuno che ti aiutasse.
Di nuovo la nostra disperazione, come faremo ad affrontare questo viaggio per poterlo abbracciare?!  pensammo che peggio di cosi non potesse andare.
Voghera, quella la tua destinazione. Ti dicono avresti bisogno del piantone ma non ci sono fondi, scegli un detenuto che ti possa aiutare nella vita quotidiana per senso di umanità. Affrontiamo quel lungo e logorante viaggio, felici di poterti riabbracciare e inizi a raccontarci della tua nuova vita carceraria, di come la tua vita quotidiana è stata stravolta, non ci hanno permesso di farti avere i prodotti per la cura e l’utilizzo della protesi, finché è arrivato il momento che non l’hai potuta più usare, in una nota il medico del carcere scrive “La protesi in uso non è più compatibile”, tu che fuori vivevi una vita piena e senza nessuna restrizione costretto ora sulla sedia a rotelle.
Ad ogni colloquio c’era sempre qualcosa di nuovo, che faticavamo a farci raccontare, perché la tua unica preoccupazione era la nostra serenità. Intravediamo qualche graffio e qualche ematoma, ci hai raccontato di essere scivolato e portato in ospedale d’ urgenza, ma li eri un detenuto e anche in quel caso non sei stato ascoltato e ignorando le tue ripetute dichiarazioni di essere allergico ad alcuni medicinali, te li hanno somministrati comunque, innescando una forte reazione allergica che fortunatamente trovandoti in ospedale è stata fermata in tempo per poterti salvare. Riusciamo tramite gli avvocati ad avere i referti della TAC fatta in ospedale, ci confrontiamo con un neurochirurgo che evidenzia un ischemia pregressa e il sospetto di una malattia un po’ più grave, dove c’era  l’immediata necessita di una risonanza magnetica, fatto di cui in carcere non si è tenuto conto nonostante le richieste ed i solleciti, esame che purtroppo non è stato mai eseguito. Da li visite mediche dei periti che accertavano l’incompatibilità con il regime carcerario. Dopo le numerose richieste fatte dai nostri avvocati, qualcuno di molto “più alto” di noi ha deciso per te, rigettando la richiesta di poter tornare a casa, luogo in cui potevi avere tutte le cure di cui avevi bisogno, la tua detenzione per loro doveva continuare ma in un’altra struttura carceraria con centro riabilitativo al suo interno. Tu eri deluso, ma sollevato dal fatto di poter fare fisioterapia, “fijjia almeno mi muovo un po’, che non voglio stare sulla sedia a rotelle a vita”. Si, perche mio padre ha sempre accettato il suo problema alla gamba, ma mai accettato la sedia a rotelle, dove è  stato costretto a stare per sei mesi.

In una delle nostre ultime chiamate, era contento, aspettava con ansia di essere trasferito, aveva già i suoi bagagli pronti. L’ultima visita, tanti baci come sempre, solite lacrimucce, solite risate, solite promesse, solite “papà smettila di portarci tutti questi dolci che non entrano in valigia”, solita risposta “almeno quando li mangerete mi penserete”, non volevi farci mancare nulla anche da lì, questo era tutto quello che potevi. “Siete tutta la mia vita” dicevi, “io conto i giorni per vedervi di nuovo, quando tornate? La prossima volta ci vedremo o in clinica o a casa”.
Purtroppo così non è stato, tutto vano, le nostre e le tue lotte  svaniscono con quella terribile chiamata inaspettata, cruda e senza giri di parole “chiamo dal carcere di Voghera, lei è la moglie di Gregoraci? Suo marito è deceduto.” Da li il buio.. Finite le speranze, i sogni.
Era impensabile, mio papà, un uomo di 51 anni, incensurato, onesto, sempre con il sorriso, amato da tutti e sempre pronto ad aiutare il prossimo, perde la vita in un luogo che non gli appartiene.
Una confusione tutta intorno, la vita di mia mamma e di noi figli devastata per sempre, ci crolla il mondo addosso, ci ghiaccia il sangue e non ci vuoi credere ma iniziano ad arrivare le prime chiamate: “Mi dispiace, tuo papà era un grande, non meritava questo”, “Tuo papa mi ha insegnato tanto, era sempre disponibile”, “Aveva una parola buona per tutti, non esiste una persona come lui”, “Tuo papa il numero uno”. Mentre poi leggo i titoloni dei giornaletti “Boss, si toglie la vita” e gente ignorante che commenta con “Uno in meno”. Io a 24 anni che mi ritrovo a proteggere mia mamma, mia sorella e mio fratello di 14 anni all’ignoranza della gente, come può un ragazzino leggere tutto ciò, sapendo quello che suo papà gli aveva insegnato.
Non so cosa sia successo in quella cella quel maledetto giorno, quello che so di certo è che stato ignorato, il diritto alla vita fa parte dei diritti più importanti, la salute è quello che conta di più, le cure e le medicine sono un diritto, privare qualcuno di esse è pura malvagità e soprattutto grosso reato.
Senza una gamba si ha bisogno di determinate cure e specifiche procedure mediche. Tutto ciò gli è stato privato!
I diritti sono stati trascritti nella DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI per un motivo, non per essere lasciati nell’indifferenza.
Ricordo le sue ultime parole: “Non so perché sono qui, dobbiamo avere pazienza, la giustizia farà il suo lavoro”. Mio padre invece è stato ucciso da uno stato che pensa di  proteggerci ma invece ci distrugge, da uno stato che non ci ascolta che dovrebbe impedire tutto questo ma che invece lo fa accadere. In Italia, se uccidi stai a casa, ma attento a non dover avere mai un’accusa di associazione mafiosa perché sarai ignorato anche se innocente, come lo eri tu  e ormai a nulla varranno le prove a tuo discarico. Dopo tre perizie che dichiaravano l’incompatibilità carceraria, il trasferimento al centro clinico mai avvenuto per la loro negligenza, mio padre il 29 gennaio rientra a casa, ma dentro  una bara.
Ho voglia di dire che la giustizia fa schifo, lo stato fa schifo, e a voi che ci avete insegnato che “La Mafia è una montagna di merda”, ad oggi mi sento di dire che la giustizia non è da meno.
Chi pagherà per la morte di mio padre? Un uomo unico e speciale che ci amava sopra ogni cosa che non avrebbe mai voluto lasciarci in questo modo e di questo ne sono certa… Spero al più presto sia fatta giustizia!
GIUSTIZIA PER PINO

Jessica Gregoraci

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