DALLA MILITANZA AL VILLAGGIO GLOBALE DI RIACE, LUCANO SI RACCONTA NE “IL FUORILEGGE”

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A Soverato la prima nazionale del libro organizzata da Kalibreria. Il racconto del percorso che ha portato alla costruzione del modello di accoglienza e l’attacco ai responsabili della sua demolizione. «Minniti ha spianato la strada a Salvini»

«Quando i ricchi si fanno la guerra tra di loro sono i poveri a morire». Sartre si inserisce con naturalezza nella lotta al capitalismo di Mimmo Lucano, in una serata in cui una leggera brezza, preludio alla fine dell’estate, distoglie la foschia da una luna spettatrice e vestita di rosso per l’occasione. “Il fuorilegge. La lunga battaglia di un uomo solo” (Feltrinelli) è stato presentato ieri al Teatro lungomare Europa di Soverato. La prima nazionale dell’atteso libro dell’ex sindaco di Riace, organizzata da Kalibreria in collaborazione con i SognAttori, si è tenuta in una data simbolica: esattamente un anno fa, il  5 settembre 2019, Mimmo Lucano rientrava nella sua Riace dopo 11 mesi di “esilio”.  

Introdotto e affiancato dal giornalista Pietro Melia, Lucano ha parlato della sua opera autobiografica a una platea intenta a sentir rivivere il sogno di Riace. Un minuto di silenzio d’obbligo dedicato al compianto Giovanni Di Leo, che delle lotte per l’acqua pubblica ha fatto una ragione di vita, pretesto anche per ricordare, nella passata veste di amministratore, come le ingiustizie di Sorical («carrozzone della politica»), rispetto alla gestione del bene comune, abbiano portato tanti enti al dissesto o predissesto a causa di «tariffe illegittime». Ispirato proprio da Di Leo e dalla battaglia portata avanti insieme a tanti compagni, Lucano ricorda come da sindaco di Riace avesse trovato la soluzione per donare ai suoi concittadini l’acqua in maniera gratuita. «Tra Riace e la zona marina abbiamo realizzato un progetto per essere indipendenti con la nostra acqua. Era già tutto pronto ed è stato bloccato nel momento in cui sono stato sospeso da sindaco».

Progetti di quel villaggio globale che riaffiorano nelle pagine del libro, nato proprio durante la pandemia e il cui argomento principale per Lucano è la vita, non intesa solo in modo autobiografico ma sociale, la vita di ognuno di noi che con un po’ di buona volontà possiamo contribuire al bene della comunità. In fondo, parafrasando uno dei suoi principali mentori, Padre Alex Zanotelli, “Mimmu ‘u curdu” ha detto: «Siamo ciò che incontriamo e ogni persona può lasciare un segno nella nostra vita». Così, entrando ancora di più nelle pagine de “Il fuorilegge”, grazie anche alle letture della scrittrice Eliana Iorfida e alle interpretazioni dei SognAttori, Lucano è ritornato agli albori, all’esperienza nella sinistra extraparlamentare col cugino Peppino, passando per le prime elezioni del 1995, che lo hanno visto candidato al consiglio comunale, fino al 2004 quando è diventato primo cittadino di Riace, intento a coltivare i valori del’accoglienza e delle comunità contadine.

«Ho sempre pensato che fosse sbagliato mettere il profitto prima della vita. A dimostrazione di ciò – ha chiosato Lucano – potremmo oggi portare come esempio la provincia di Bergamo, che ha pagato più di tutti le conseguenze, di quella che poi è stata una pandemia, per non aver provveduto a chiudere prima».

La sua è stata sempre una lotta mossa a favore degli “zero” del pianeta. E assieme ai migranti ricorda anche il Sud del mondo, la tanto cara America Latina e la figura di Salvador Allende come monito per il futuro.  

Tornando al modello Riace e ai migranti, Lucano ha detto che «la loro salvezza può essere anche la nostra e Riace lo ha dimostrato nel momento in cui sono stati proprio loro a dare nuova linfa a un paese che altrimenti rischiava di morire».

Perché è stato boicottato il modello Riace? Il giornalista Pietro Melia ha così introdotto l’aspetto giudiziario che ha stoppato il disegno di Lucano, condizionando completamente questi ultimi anni della sua vita. Melia, entrando nel tema più caldo, individua e serve al prosieguo della storia 4 nomi: «Marco Minniti, Michele Di Bari, Luigi D’Alessio e Matteo Salvini», ossia ciò che il giornalista considera l’inizio e la fine della repressione mossa nei confronti del modello Riace. «Quando parlo del primo sbarco io non mi riferisco a ieri – ha raccontato Lucano – ma al 1998. Come mai nessuno prima si accorge di ciò che stava accadendo a Riace mentre dal 2016 in poi si dà inizio alla distruzione del progetto? Tutto è frutto di un sistema politico quanto mediatico ben congegnato, quasi scientifico. Non c’è differenza tra i provvedimenti di Minniti e i decreti di Salvini. Sia che si tratti di uomini di sinistra che di destra la campagna dell’odio nei confronti del diverso è il metodo più efficace per ottenere consenso elettorale. Ricordo una chiamata dell’allora ministro Minniti al presidente della Regione Oliverio, alla vigilia delle politiche del 4 marzo 2018: “Mario – diceva al telefono – se tu punti su Riace noi il 4 marzo perdiamo”. Salvini si è trovato non una strada ma un’autostrada spianata, spostando l’odio per i meridionali in odio nei confronti dei migranti per ottenere consenso elettorale». Poi, a suo dire, i ruoli poco chiari del procuratore di Locri Luigi D’Alessio e dell’ex Prefetto di Reggio Michele Di Bari, nominato da Salvini capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione.

«Quando città come Milano – ha detto ancora Lucano – dicevano di avere 20 posti disponibili per l’accoglienza, nel 2015 in un solo giorno Riace ne ha accolti 160. Lo Stato confidava in noi, sapeva che il sistema funzionava e noi eravamo in grado di gestire più persone di tutti gli altri, come confermano le relazioni che a lungo ci sono state negate. Oggi un funzionario della Prefettura di Reggio è indagato per aver omesso le criticità all’interno del Centro d’accoglienza di Varapodio, lo stesso che avviò l’indagine sul nostro progetto di accoglienza».

Nella sua difesa, però, Lucano non dice mai di essere immacolato o di non aver sbagliato. Anzi, l’appellativo di fuorilegge lo rivendica nel momento in cui ha deciso, ad esempio, di prolungare la permanenza di alcuni migranti non in grado di ritornare indietro per rivivere quanto già subito passato o di occupare un altro posto tra gli invisibili della tendopoli di San Ferdinando. E in materia amministrativa, e di danno erariale rispetto al rilascio di alcune carte di identità, Lucano avrebbe voluto che gli venisse contestato proprio il rilascio del documento di Becky Moses, la 26enne nigeriana morta la notte del 27 gennaio 2018 nella tendopoli di San Ferdinando a causa di un rogo: «Le avevo rilasciato la carta di identità circa un mese prima della sua tragica morte, ma in quel caso, i responsabili legali della tendopoli, formalmente riconducibili alla prefettura, hanno preferito tacere».

 
 
 
 
 
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