DELITTO CARBONE, 16 ANNI SENZA L’OMBRA DI UN COLPEVOLE

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Mamma Liliana però non si rassegna. Sabato una messa per Massimiliano

Massimiliano Carbone aveva 30 anni e stava rientrando a casa dopo una partita di calcetto. Una serata normale per un ragazzo normale che viveva a Locri. Il giovane imprenditore aveva una vita davanti ma proprio quella sera, il 17 settembre del 2004, qualcuno ha deciso di spezzare il suo cammino. Un killer appostato dietro ad un muretto di cinta ha rivolto un’arma contro Massimiliano e gli ha esploso alcuni colpi di fucile facendolo stramazzare per terra. La forte tempra del giovane gli ha consentito di lottare per una settimana, ma il 24 settembre Massimiliano lascia i suoi cari per un viaggio eterno. Per il suo omicidio non ci sono colpevoli. Per la sua memoria ogni anno la sua famiglia fa celebrare una messa, che in occasione del sedicesimo anniversario si terrà sabato prossimo alle ore 18 nella chiesa del Sacro Cuore a Marina di Sant’Ilario dello Ionio.

La mamma di Massimiliano, Liliana Esposito Carbone, che non smette di chiedere verità e giustizia, ricorda che è trascorso «un altro anno, fatto di piogge d’inverno e di solleone accanto a una pietra. Un figlio di 30 anni che ti ha resa fiera di lui si dovrebbe accompagnare all’altare e qui lasciarlo andare felice, quando entra allegro e ti riempie la casa è inimmaginabile baciare la sua bara, e io ne ho dovute abbracciare due». «Per anni, da maestra elementare, – prosegue questa mamma coraggio – ho trovato motivazione e conforto nel mio lavoro fatto dialogo magnifico con bambini di Locri buoni, e che erano davvero più saggi di tanti “grandi”; per loro ho parlato di speranza, con loro ho avuto speranza. Non la fiducia in una qualche forma di giustizia punitiva, ma la visione di un tempo migliore, di armonia e di Bellezza, che ci ristorasse un poco della paura, dell’assenza, dello strazio, della sacrosanta indignazione per la vita stroncata di un ragazzo, di una persona della comunità a cui sono stati negati affetti e sogni, e per la quale tutti avrebbero cristianamente dovuto pretendere verità e giustizia».

Nel corso degli anni Liliana si è ritrovata a dover lottare contro il tentativo di oblio di molti: «Accade spesso che molti mi domandino perché porto la foto del mio Massimiliano così, appuntata sul petto, non in un ciondolo commemorativo come fanno tante donne del sud, ma invece come un segno di identificazione; la porto dal settembre 2007, anno in cui mio figlio fu esumato per la menzogna della mamma del loro bambino, e a garanzia di persone indagate che si erano machiavellicamente dichiarate non consapevoli di dinamiche familiari “altre”. Da allora, Massimiliano è testimone autorevole di Verità e, in buona sostanza anche di Giustizia. Faccio solo quanto è necessario, gli do voce, anche così ne custodisco la Memoria, e nel paese qualcuno è condannato a ricordare. Un delitto simile e irrisolto è una verità scomoda, che turba gli ipocriti, e che ha fatto dire a un roboante cittadino che “disturba l’immagine della città”».

La vicenda umana e giudiziaria che in tutta Italia è conosciuta nella sua complessità, è stata studiata come fenomeno antropologico e sociale anche per questo la signora Liliana pone dei quesiti: «E allora, “punito perché amò”? Forse, oppure no, ma se durante 16 anni nessun altro movente si è conclamato non accetto che il silenzio investigativo si giustifichi, dopo molteplici intercettazioni e perizie, definendo omertosa una realtà locale e sostenendo le convergenze di relazioni interpersonali tra i tanti miserabili che a vario titolo potrebbero avere avuto interesse e avere tratto vantaggio dalla morte di mio figlio; e poi le coincidenze… una lupara, la scena dell’agguato, orari, lampioni che si potevano danneggiare, sterpaglie a paravento e altre “protezioni”. Molti sapevano, e adesso forse tutti sanno.

A me rimane il buon gusto di non rispondere a chi petulante e spudorato mi pone sempre le stesse domande – prosegue la mamma di Massimiliano che aggiunge – ma a tutti voi chiedo di pensare non al mio lutto, che a me appartiene, ma al fatto che se in un contesto sociale si alza una lamentazione funebre che sfida il tempo e perfino la rassegnazione quando l’invidia degli dèi spezza una giovane vita dopo una malattia o un incidente, infinita tenerezza e dolore sincero dovrebbero accompagnare chi è morto perché altri hanno deciso di spezzare il suo destino».

Domande ad oggi ancora senza risposte.

«Grazie, sinceramente e sempre, a Gazzetta del Sud, che dalla sera dell’agguato nel 2004 ha avuto attenzione – conclude la signora Liliana – e a tutti quelli che continuano ad avere un pensiero per il mio splendente ragazzo di Locri».

fonte gazzetta del sud

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