RADIO POPOLARE: “ADDIO ALLA NOSTRA LETIZIA MOSCA”. ERA CALABRESE

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Se n’è andata a soli 54 anni Letizia Mosca, voce storica di Radio Popolare a Milano, vinta da una malattia che, dopo 15 anni di miglioramenti e recidive, non le ha lasciato scampo. Era, infatti, ricoverata da alcuni mesi in un hospice dopo il definitivo aggravarsi di un tumore contro cui la giornalista calabrese di nascita – era nata a Catanzaro il 26 gennaio 1966 –, meneghina d’adozione, ha sempre lottato con lo spirito che le era proprio. Quello per cui tutti la conoscevano e amavano, non senza averci “litigato almeno una volta”, ricorda la collega Lorenza Ghidini sul sito di Radio Popolare. Perché lei, Letizia, giornalista professionista iscritta all’Ordine della Lombardia dal 30 giugno 1994, è sempre andata “in direzione ostinata e contraria, fin dal primo giorno” della sua vita. Sin da “quando tua madre, – scrive la Ghidini – sfidando il marito e la tradizione dei nomi di famiglia, ti volle chiamare Letizia. Un nome sentito in città, a Catanzaro, che si era fatta scrivere su un foglietto. Da Soveria Simeri sei venuta via presto, con tanti sogni in testa, ma le tradizioni della tua terra te le sei portate dentro, non le hai rinnegate mai”.
D’altronde, la sua strada «era quella delle lotte, le lotte sociali, del mondo del lavoro, del sindacato, e un giornalismo militante che non arretrava davanti a niente e nessuno. Poi è arrivato Marco, – rivela la collega di Radio Popolare in un commosso e sincero ricordo – un grande amore, più giovane di te. “Sarà il caso?” ci chiedevi. La tradizione che tornava a galla, ma hai deciso con il cuore. Poi la malattia, ma anche i figli, arrivati contro ogni aspettativa. In direzione ostinata e contraria, questa era la tua essenza». Già, i figli: Letizia Mosca lascia, oltre all’amato marito, due adolescenti di 12 e 14 anni, Giovanni Maria e Maria Teresa.

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Trenta gli anni trascorsi a Radio Popolare, 30 anni in cui «nessuno può dire di essere stato tuo amico se non ha litigato con te almeno una volta. Letizia, sempre sulle barricate, cocciuta, ci sfinivi – scrive, ancora, la Ghidini – e poi ci offrivi un caffè con quel sorriso dolce e accogliente che ci disarmava, e non si poteva non volerti bene. E così nel sindacato giornalisti, nei movimenti femministi come “Usciamo dal silenzio”. Fulminante la battuta che fece un giorno tuo marito: “Letizia ma tu quando sei stata in silenzio?”». (giornalistitalia.it)

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