Gio. Ago 18th, 2022

Due musei privati alle opposte estremità degli Stati Uniti, il Paul Getty Museum di Los Angeles (California) ed il Tampa Museum of Art (Florida), espongono altrettanti altari funerari in marmo risalenti alla prima metà del II secolo. Relativi entrambi a membri della gens Caltilia e allocati forse allo stesso sepolcro di famiglia, sono il frutto di scavi clandestini condotti ad Ostia negli anni ’70 del Novecento per essere poi esportati illegalmente all’estero. Nel merito, a proposito dell’ara oggi a Malibù, che reca i busti-ritratto dei coniugi L. Caltilius Stephanus e Caltilia Moschis, nell’archivio di Gianfranco Becchina è stata trovata la proposta di vendita (1980) ad un terzo museo statunitense fatta dalla sua Antike Kunst Palladion per conto di un collezionista svizzero, verosimilmente lo stesso che nel 1983 avrebbe poi ‘donato’ l’altare al Getty. Quanto all’ara oggi a Tampa, che menziona L. Caltilius Diadumenus, riconoscibile nel busto-ritratto associato, e il suo liberto Euhodus, il portale ufficiale del museo asserisce trattarsi di un acquisto fatto con denaro messo a disposizione “dai collezionisti” nel 1991, dunque ben dopo la ratifica USA (1983) della Convenzione UNESCO di Parigi 1970 ma prima di adottare, nel 2011, una nuova “Collections Managment Policy”, e rivederla ulteriormente nel 2013: una presa di distanza dell’attuale governance del museo dalla precedente strategia di incremento delle collezioni, evidentemente poco rispettosa della legalità. Con apposita interrogazione, pubblicata dal Senato in questi giorni, ho chiesto a Franceschini se sia a conoscenza “di indagini, eseguite o in corso, tese ad accertare modalità e tempi di acquisizione degli altari dei Caltili da parte dei musei di Los Angeles e Tampa”; nonché, “se intenda riferire quali iniziative il suo dicastero abbia assunto o intenda assumere per dimostrare ai due musei statunitensi, che oggi li espongono, l’origine ostiense dei manufatti e chiederne la restituzione sia sulla base della mancanza di prove attestanti la liceità dell’esportazione, mentre ne esistono per affermare che almeno una delle due arae fu immessa sul mercato statunitense da una società implicata nel traffico internazionale di reperti archeologici, sia, soprattutto, in considerazione della possibilità di acquisire meriti sul piano culturale restituendole al loro contesto d’origine, unico modo per accrescerne sensibilmente il valore documentale.”

 

Margherita Corrado (M5S Senato – Commissione Cultura)

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