Mer. Apr 14th, 2021

La bovalinese “Tota” Benavoli ha contratto il Covid-19 a Villa Vittoria «Abbiamo chiamato e ci hanno detto che era spirata da pochi minuti»

 

Maria Benavoli, 89 anni, conosciuta da tutti con il nome di “Tota” è una delle quattro vittime mietute dal Covid-19 a Bovalino, in questa seconda ondata della pandemia.

Una storia partocolarmente sfortunata, quella della signora Benavoli, che ha avuto inizio lo scorso settembre, quando in un incidente domestico riportò la frattura del femore. L’anziana signora è stata prima operata a Soverato a poi trasferita in un centro riabilitativo di Antonimina, Villa Vittoria.

Con il passare delle settimane la pandemia torna a mordere ed arrivano anche i primi casi accertati nella Locride. Per motivi precauzionali Villa Vittoria chiude le porte ai visitatori al fine di tutelare gli ospiti. Ma evidentemente qualcosa non ha funzionato, e a dicembre il virus fa capolino anche nella Rsa di Antonimina. È il 17 dicembre quando Pasquale e Maria Vizzari, figli della signora Maria apprendono che anche la mamma è stata infettata. Passano così giorni di angoscia, senza mai poter porgere qualche parola di conforto, se non in fugaci videochiamate. Giorni di notizie tranquillizzanti («la signora Benavoli sta bene») fino al 26 dicembre. Il giorno di Santo Stefano la telefonata di routine per avere notizie si conclude con la doccia fredda più inattesa: la signora Benavoli «è morta pochi minuti fa».

Oggi, mentre sembra si sia registrato nella Rsa di Antronimina un altro decesso per Covid, gli ospiti della struttura sono stati tutti vaccinati e presto saranno al sicuro.

«Abbiamo appreso da Gazzetta del Sud della vaccinazione a Villa Vittoria – spiegano Pasquale e Maria Vizzari – e siamo naturalmente felici per tutti i gli ospiti del centro e per le rispettive famiglie, che ora tirano un sospiro di sollievo. Ma per noi chiaramente aumenta il rammarico. C’è rammarico perché tra quelle righe di giornale non è stata ricordata nostra madre, ma soprattutto si è omesso di dire che all’interno della struttura c’è stato il covid. Quello a cui non ci rassegneremo mai è non aver potuto sentire e vedere nostra madre negli ultimi due giorni di vita, coincidenti con le Sante festività natalizie. Ci sono diritti inalienabili, come quello di morire con accanto gli affetti più cari, e se questo a causa del Covid non è comprensibilmente possibile non è accettabile che con le attuali tecnologie disponibili non si sia trovata una persona, e volutamente non dico professionista medici o infermieri, che abbia avuto la sensibilità umana di effettuare almeno qualche videochiamata. Capiamo che probabilmente non avrebbe nemmeno potuto dirci una parola per via delle sue condizioni ma anche il solo vederla trattata con la dignità che meritava ossia, pulita, ordinata e ben curata, ci avrebbe permesso di affermare che nella struttura che la ospitava il suo trapasso a miglior vita era avvenuto nelle condizioni migliori che il contesto consentiva. Così facendo invece, i sicuramente professionali dipendenti e professionisti della clinica, ci hanno convinto di aver per un attimo chiuso in un cassetto la loro sensibilità umana anteponendo la reputazione e il buon nome della clinica al diritto sacrosanto della nostra famiglia di sapere che nostra madre stava morendo con il Covid, mentre loro continuavano ad illuderci che in realtà stava bene».

fonte gazzetta del sud

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