Mar. Apr 20th, 2021

Il centenario della nascita del Partito Comunista è stato ricordato dal prof. Antonino Romeo nel corso di un incontro, ancora in remoto, promosso dall’Associazione Anassilaos congiuntamente con Spazio Open, e disponibile sul sito facebook di anassilaos e su you tube  Pioveva a Livorno la  mattina del 21 gennaio di cento anni fa, quando i delegati del XVII° Congresso del Partito Socialista Italiano si ritrovarono al Teatro Goldoni per conoscere l’esito della votazione sulle tre mozioni presentate all’assemblea. Nei cinque giorni precedenti si era discusso con franchezza e passione sui 21 punti che l’Internazionale comunista aveva elaborato nel suo secondo congresso dell’estate 1920 e la cui accettazione costituiva la condizione obbligata ed irrinunciabile per esservi ammessi. Le controversie riguardavano due punti in particolare, che chiedevano l’espulsione dei riformisti (e per il PSI si facevano i nomi di Turati e di Modigliani) e il mutamento di nome del partito, in modo che fosse chiaro già dalla denominazione che non si trattava più di soggetti legati ad una specifica identità nazionale, ma di articolazioni operative di un unico centro politico diretto da Mosca, dove aveva sede il solo governo comunista effettivamente al potere. Tutti si rendevano conto che la guerra aveva aperto nuovi scenari e che era ormai possibile puntare concretamente al superamento del sistema capitalistico, ma divergevano sulle modalità di attuazione di questo progetto: per la frazione comunista di Bordiga, Gramsci, Terracini e Togliatti era necessario «fare come in Russia», creando un partito di militanti disciplinati e ferreamente orientati verso l’esito rivoluzionario; per i riformisti di Turati, Treves e Matteotti, invece, era preferibile rafforzare la presenza del partito nelle istituzioni a tutti i livelli, estendere la rete delle cooperative, accrescere la forza del sindacato, perché solo questo avrebbe consentito di potersi sostituire alla vecchia classe dirigente. Nel mezzo, nobilmente indecisi a tutto, stavano gli unitari di Serrati, che continuavano a presentare la rivoluzione come imminente ed immancabile, ma che non sapevano indicare come arrivarci, ammantando comunque la propria vaghezza con formule suggestive e retoricamente impegnative. Alla fine prevalse, con 98.028 voti congressuali, proprio la proposta unitaria ed attendista di Serrati, mentre quella dei comunisti ebbe 58.783 voti e quella riformista 14.695: si trattava di un’indicazione chiara su quello che il Congresso non voleva, ma rimaneva nebulosa e confusa la via da percorrere. A questa indecisione reagirono i giovani esponenti della frazione comunista, che quella mattina stessa si diedero appuntamento al vecchio Teatro San Marco, una struttura in disarmo da anni ed ormai trasformata in deposito di materiale militare: qui, tra fondali sbiaditi, poltrone sfondate, con la pioggia che si infiltrava dal tetto e alla luce di poche lampade attivate per l’occasione, si proclamò con entusiasmo la nascita del Partito comunista d’Italia-sezione dell’Internazionale comunista. Era la terza scissione che il PSI subiva nella sua storia, certamente quella più importante e che più avrebbe segnato la storia della sinistra italiana e dell’Italia tutta. Fu un errore o una scelta opportuna? La risposta va cercata non nella successiva storia del nostro Paese, perché sarebbe facile giovarci della comoda rendita di posizione di chi conosce quel che è avvenuto dopo, cioè il crollo dello Stato liberale, la fine di quel tanto di democrazia che c’era in Italia e la ventennale egemonia del fascismo. Per rispondere alla domanda è sufficiente osservare la situazione che concretamente si presentava all’inizio di quel 1921: la rivoluzione comunista, vittoriosa in Russia nel 1917, era stata repressa con la violenza nel 1919 in Germania e in Ungheria; l’Armata rossa, dapprima vincitrice, era stata sconfitta e respinta alle porte di Varsavia da un movimento popolare in cui agivano anche gli operai polacchi; in Italia il disagio dei vari gruppi sociali era evidente ed aspettava risposte, ma sia lo “sciopero delle lancette” dell’aprile 1920 sia l’occupazione delle fabbriche del settembre successivo avevano avuto esiti fallimentari sul piano politico, anche se rilevanti su quello sindacale. Nel frattempo il Movimento dei fasci, al suo inizio su posizioni ribellistiche, aveva virato verso la reazione, era diventato supporto armato degli agrari e degli industriali, mentre i ceti medi non riuscivano a trovare interlocutori attendibili, ma sempre più erano attratti dalle proclamazioni verbali e dalle narrazioni dei nazionalisti. Il 21 novembre 1920 c’era stata a Bologna la strage di Palazzo D’Accursio, con dieci morti, cinquanta feriti ed un consigliere comunale di minoranza ucciso: la guerra civile era alle porte, lo stesso Gramsci l’aveva lucidamente prevista in un articolo del maggio di quell’anno apparso sulla rivista torinese «Ordine Nuovo» e di «trincee della guerra civile» parlava esplicitamente Mussolini. Era la stessa situazione della Russia tra il febbraio e l’ottobre del 1917, ma nell’Italia del 1921 l’esercito era forte del prestigio conquistato nella guerra vittoriosa, il re era al massimo della sua popolarità e l’autorità della Chiesa cattolica era tale da consentirle di avere un ruolo di primissimo piano nell’intera società italiana. Era questo lo scenario in cui la sinistra italiana decise di rivolgere le sue migliori energie e di utilizzare i suoi ingegni più brillanti per uno sbocco rivoluzionario e di classe che la realtà negava da ogni parte.

 

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