Mer. Apr 21st, 2021

Qui ci si arriva per comandare, per diventare viceré o commissari. È lo stesso. Qui si viene in toga, da Magistrati o da ex Magistrati, da ex generali, da ex prefetti, qui è la tana dei ricoveri per fondi economici statali da controllare e da profittare. Qui si diventa stranieri a casa propria perché altri occupano casa. Qui ci è estraneo il “potere”, le “istituzioni”, perché sempre di altri. I Calabresi sono nel Mondo, in Calabria ne restano pochi e si stringono in relazioni personali, familiari, perché è questo in cui crediamo, in comunità vere e proprie dove contano i valori, i legami. Qui abbiamo il cuore in testa. Da noi arrivano teste senza cuore, per interessi istituzionali a condannare quelli di comunità locali, che vivono in paesi fuori strada, perché senza infrastrutture, senza binari.

Qui è la terra di Pitagora, di Timeo, di Ecuba, di Virgilio che sono ancora qui, sono tanti, eccellenze che creano idee e manufatti, industrie e arti, ma devono però trovare ospitalità altrove. Emigrare. I Calabresi abitano il mondo e lasciano la Calabria, preda di chi perde il posto altrove, mentre che noi emigriamo per ritrovare quello che ci è proprio. Qui non ci sono ospedali e siamo medici primari altrove. Qui arrivano commissari fantocci a occupare posti per interessi legali e immorali, mentre che per essere morali siamo creduti illegali.

Solo la “legale immoralità” ha permesso che arrivassero qui chi non aveva il cuore in testa come chi la Calabria la vive. Certo ognuno va dove cerca di trovare altrove quello che non gli è permesso dove sta. E qui vengono quelli che perdono il posto altrove, promesse di ruoli politici mancati, falliti, lasciando comandi infradiciati dalla non curanza delle proprie stesse promesse e missioni, perché hanno perduto il proprio futuro e lo cercano in un passato di ventura che vengono qui a portare la parola “ribelle” dopo aver lasciato la città di ribelle, come chi appicca il fuoco e se ne va. Chi lascia tizzoni altrove non può venire a dirsi Prometeo qui. Questa tragedia deve finire.

I Calabresi devono ritornare alla Calabria e in Calabria. È il momento questo che l’Italia intera fa i conti di un Paese dove Stato e Nazione sono una fuori controllo l’uno dell’altra, distanti fino a infrangersi e contrastarsi con politici che contro la Politica, con parlamentari contro le istituzioni che rappresentano, con le regioni in astio e rissa, mentre tutt’intorno la “burocrazia del sospetto” mette freno ad ogni impresa e attività che deve andare altrove per trovare la propria realizzazione. I magistrati vengono qui a “far carriera” e quelli che la perdono vengono alla ricerca del “tempo perduto”, lasciando il futuro altrove.

Nell’Etica Aristotele diceva di come gli amici non hanno bisogno di giudici e di come i giudici devono promuovere l’amicizia. Devono spiegare, educare. La legalità deve essere morale e la moralità deve essere legale, questo significava l’etica. In mezzo c’è la politica che deve unire, non separare. Le abilità sociali vanno imparate, bisogna che in politica chi assume responsabilità abbia come suo primo impegno lasciare un segno, insegnare, dare testimonianza, essere esemplare. La politica è educativa o non è. La sua espressione è la manutenzione dei legami sociali, non lo sfascio e la ribellione, piuttosto è la rivoluzione come cambiamento dello stato di cose opprimenti.

La Calabria arriva alle elezioni regionali, le proprie, in uno stato di assedio, tra commissari e pretendenti, tra incriminazioni e denigrazioni. I Calabresi devono ritornare alla Calabria e in Calabria dove da sempre sono anche se la portano nella valigia dell’anima altrove, anche quando la abitano e vi si sentono estranei perché non hanno in mano le chiavi della casa propria. Bisogna riprendersi le chiavi della Calabria intera. Il voto personale e la ricchezza dei Calabresi è l’essere in persona quello che si è. Il male dei Calabresi è la sottomissione della persona ai personalismi della prepotenza. Chi è persona non ha bisogna di prepotenza e chi si sottomette alla prepotenza non è più persona, ne perde la preminenza, perde la presenza.

A queste elezioni dobbiamo dire “presente” ognuno. Devono essere elezioni in presenza e non disperse in populismi d’occasione, in ribellismi di maniera o in legalismi estetici.

Il momento è questo, un voto personale, vissuto, sentito nella testa come nel cuore di ogni luogo di questa terra che ci mette dentro la gioia e il dispiacere. Chi non si dispiace non può fare politica perché non può procurare la gioia dove c’è la sofferenza. E qui ne abbiamo di sofferenza e sappiamo procurare la gioia, perché siamo una comunità alla ricerca di una società aperta, libera, fatta di unioni. Siamo la terra che rappresenta il più grande archivio antropologico storico della cultura del mediterraneo. Siamo la terra dove si conservano lingue originarie di comunità. Siamo la terra dell’ospitalità ed è il momento questo in cui i Calabresi devono ospitare se stessi, devono ritornare. Si può ritornare in un luogo e si può ritornare a un luogo. Ai Calabresi spetta il compito personale di ritornare ad essere Calabresi.

 

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