Mar. Giu 15th, 2021

La riunione segreta dei sindaci tenuta l’altra sera, impone una riflessione.

Tutti ben sappiamo che l’argomento di discussione era la allocazione della discarica di servizio funzionale al TMB e il fatto che si voglia decidere alla chetichella chi debba prendersi questa polpetta avvelenata non depone bene per la nostra classe politica.  Sia per chi detta discarica dice di non volerla ma segretamente la vuole per il flusso di denari che porta (il gioco delle tre carte), sia per chi la discarica non la vuole realmente e cerca di rifilarla agli altri, fregandosene del territorio e dell’impatto ambientale.

So bene quali siano le argomentazioni che vengono proposte a sostegno della convenienza dell’accogliere nel proprio territorio la discarica , che poi sono le stesse che propongono i fautori del TMB e dello scellerato ampliamento in programma, anche questo una polpetta avvelenata per la quale però si conoscono i commensali, che sono i sidernesi.  E sono sicuro che dette argomentazioni, ritenute ferree ma in realtà banali (la vile pecunia?), verranno riproposte anche nel momento in cui si dovrà parlare pubblicamente del nuovo sito della discarica di servizio.

Bene, da cittadino un po’ ottuso, quello che fa i conti della serva, dico che di tali alte e suadenti argomentazioni non me ne importa un fico secco (si può dire o discrimino le prugne secche?).

Da uomo del popolo,  della strada, dico che la discarica di servizio e lo stesso TMB vanno collocati in una zona, da identificarsi con studi seri di impatto ambientale non deviati dall’olezzo del denaro, con bassa antropizzazione, senza vincoli e soprattutto che rechi minor danno possibile all’ambiente ed all’economia.

Ecco il conto della serva di cui parlavo.  Questa banale considerazione si scontra con le seguenti illuminate obiezioni: 1) il TMB o la discarica di servizio si possono fare dovunque basta che siano efficienti; 2) conviene averli perché portano benefici economici rilevanti;  3) in relazione al solo TMB, ora che è realizzato è impossibile spostarlo e comunque per farlo cii vorrebbe un periodo temporale troppo lungo, nel frattempo che si fa? 4) chi vuole spostarlo è affetto dalla sindrome di NIMBY, che poi ‘ è un acronimo anglosassone che sta per ”not in my backyard”, ovvero “non nel mio giardino”, ovvero, in calabrese, all’infuori del mio deretano ….

A dette obiezioni, sempre da popolano, così rispondo. Sono 10 lunghi anni che ci sorbiamo le puzze e i veleni di un impianto che non ha mai funzionato bene e non è vero che non inquina, altro che profumo di sottobosco. Su questa affermazione c’è copiosa ricerca che si può sottoporre a chi non ha gli occhi velati dal prosciutto.  Me ne impippo dei benefici economici, che fra l’altro non ci sono perché paghiamo il massimo dell’aliquota, quando devo morire di puzza e vedo le attività turistiche boccheggiare, vedo il mio ambiente passare dal verde delle campagne della mia infanzia e giovinezza al nefasto grigio-nero attuale. A nessuna comunità può essere imposto un impianto, un’industria che la stessa non vuole, sinora l’abbiamo subito per colpa dei politici che ci hanno preceduto ora è il momento di cambiare rotta. L’impianto si può e si deve delocalizzare, nel lungo periodo che ci vorrà per attuare detta scelta basterà rendere il più efficiente possibile l’attuale (e quando parlo di efficientamento non parlo di ampliamento, giusto per evitare fraintendimenti che ci sono già stati da parte di chi l’impianto, per interessi economici, lo vuole).  La sindrome di NIMBY, infine, tanto cara a qualcuno  che la butta su tutti i tavoli di discussione, serve a sottolineare  l’egoismo di una comunità ma non ha nessuna valenza sociale, soprattutto in relazione al benessere collettivo, è un concetto astratto, antropologico direi ma di nessun rilievo dal punto di vista politico-strategico. Non ha senso, infatti, parlare di tentativo egoistico di salvaguardia dei propri interessi quando è necessario il principio che deve guidare le scelte politiche è quello della tutela del l’interesse generale, per l’attuazione del quale occorre trovare un luogo sicuro, idoneo, con meno impatto ambientale e sociale possibile. E questo luogo ad oggi non è certamente Siderno che dal punto di vista dell’estensione ha molto ma molto meno territorio di comuni che vantano un terzo della sua popolazione. Se poi la sindrome di Nimby guarda caso coincide con il ritorno economico (non vero), allora è un altro discorso, sul quale risparmio i commenti.

In conclusione meno segreti, si pensi al futuro e non agli interessi di bottega.  

                                                                                                                                                        Giuseppe Caruso

                                                                                                                                            Presidente Associazione Volo

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