Mar. Giu 15th, 2021

Esiste un posto in Calabria dove si avverte tutta la possente energia della terra. Ti attraversa il corpo come una scossa mentre la calpesti con le suole e ti arriva al cervello bruciando in un lampo tutti i pensieri che lo affollano.

E’ il Parco naturale dell’Aspromonte meritatamente elevato, il 22 Aprile scorso, a Geoparco Unesco, arrivando ad affiancare il maestoso Parco del Pollino.

Una sera l’amico architetto e cantautore Fabio Macagnino mi fa: -domani io e Francesco Loccisano (assieme sono un duo straordinario di chitarre) seguiamo il percorso che parte da Natile e arriva a Pietra Cappa e durante le soste suoniamo. Vuoi venire? E aggiunge subito in perfetto dialetto caulonese: – E venitindi! Che sta per “e su, dai, non starci troppo a pensare e unisciti a noi che vedrai che non te ne pentirai” (con un gesto a mani unite e una parola noi Calabresi siamo in grado di dire tanto).

La mia risposta sarebbe stata sì anche senza la sua esortazione! Sì, perché sono naturalmente curiosa e sì anche perchè se loro due affrontano la camminata con tanto di chitarra e custodia sulle spalle (dal peso non indifferente) deduco che il percorso non sarà poi così difficoltoso.

Appuntamento alle 8:00 a Natile di Careri. Per chi è poco pratico, sulla Statale 106 ionica, direzione sud, si imbocca il bivio per San Luca e dopo una quindicina di minuti di curve si arriva a destinazione. Da qui parte l’avventura alla scoperta di Pietra Cappa, il cuore pulsante dell’Aspromonte. Perciò a riposo le quattro ruote e in moto le gambe!

Come formichine, (una quarantina circa e piccole come loro difronte a tanta natura) accodati alle abili guide del Parco, iniziamo a marciare su una salitina niente male che profuma di menta selvatica. Bassi arbusti e niente ombra per ora. E dopo venti minuti circa qualcuno già abbandona la fila e torna indietro per il troppo caldo.

Una delle guide precisa : – questo che faremo è il percorso meno tosto! E sarà ad anello attorno alla Vallata delle Grandi Pietre fino ad arrivare sotto il monolite, il più alto d’ Europa. Vi renderete conto dei suoi centoquaranta metri di altezza appena arriveremo ai suoi piedi.

-Wow! Centoquaranta metri di altezza, dico tra me e me.

Quando poi la stessa guida precisa che questo sassolino occupa circa quattro ettari di terreno, la parola la perdo proprio.

Mentre cammino mi sento un pò come Heidi tra i monti che mi sorridono. E dopo un paio di scatti a caprette beate, la vista si perde sull’abbagliante Costa dei gelsomini. Il panorama è mozzafiato. Complice anche il bel tempo, con un sole a dire il vero impietoso (siamo in agosto). Ma per fortuna ho litri d’acqua con me. La vista sul mare la perderò da lì a poco e all’oro della costa si sostituirà il verde smeraldo della vegetazione.

Punto nuovamente il sentiero e mi accorgo che davanti a me c’è un signore di settant’anni (a occhio e croce) che affronta il cammino con bastone e mocassini. Dopo neanche un’ora (e ne mancano ancora cinque alla meta) inizio ad annaspare, lui invece no! Ecco un motivo in più per non mollare. Il mio orgoglio ne uscirebbe distrutto.

In effetti la fatica l’avverto un po’ all’ inizio. Dopo non più, perché il cuore inizia a pulsare con la natura e mi lascio completamente rapire da lei. Mi perdo tra castagni, roverelle e lecci e, man mano che vado su, tra pini larici, abeti bianchi e faggi. Fino alla meta sono tra le rigogliose braccia di Madre Natura e in alcuni punti mi sembra quasi di toccare il cielo e di poter tirar giù le nuvole.  Una madre incantevole e premurosa, che mi protegge regalandomi frescura sotto tettoie naturali di rami e foglie, ma anche un po’ dispettosa quando mi fa lo scherzo di farmi scivolare il piede su pietre che sembrano ancorate al terreno.

Ci fermiamo per la prima sosta dopo circa….Bho! Non ricordo dopo quanto perché mentre camminavo non misuravo il tempo. Il tempo l’avevo riposto in una tasca del mio zaino assieme alle bottigliette da mezzo litro d’acqua che ammaccavo di tanto in tanto dopo averle svuotate.

Sediamo tutti in cerchio ad ascoltare le guide che ci raccontano delle leggende su Pietra Cappa. Il suo nome deriverebbe dal termine gauca, rinvenuto in alcuni documenti medievali, ovvero pietra vuota. Il monolite è una sorta di coppa rovesciata e cava, diventata per opera di S.Pietro, secondo uno dei tanti racconti popolari, la prigione eterna della guardia che schiaffeggiò Gesù davanti al Sinedrio. Pare che le sue urla disperate siano avvertite ancora oggi dai pastori.

La cosa reale è che nelle sue cavità nidifica il falco pellegrino e trovavano rifugio i monaci basiliani che avevano scelto l’Aspromonte per vivere isolati e in preghiera. Antiche mura perimetrali e qualche colonna di chiese bizantine sono testimoni di questo passaggio. La storia, quella vera, ci viene narrata dall’ archeologo Francesco Cuteri, anche lui nella carovana.

Il racconto, un po’ di buona musica dei miei amici chitarristi, e si riparte.

Quando giungiamo finalmente alla base del monolite mi sento come uno sputo di Dio sulla Terra. E’ un gigante seduto in mezzo al verde! Qualcuno ci si arrampica e subito scatto delle foto per rendermi conto meglio della differenza tra uomo e Natura; potete constatarla anche voi dalle immagini, ma vi assicuro che dal vivo è impressionante.

Adesso ci tocca la discesa fino a valle dove ci attende la gastronomia locale. Sono felicissima della notizia! La sosta centrale prima del rientro prevede il pranzo a base delle bontà del territorio. Trascorso il tempo necessario affinchè tutto quanto ingurgitato si adagi comodamente sul fondo dello stomaco, prendiamo la strada del ritorno (più breve e meno faticosa, ci assicurano le guide).

Divento già malinconica, pensando che questa esperienza voglio ripeterla mettendomi però alla prova sul percorso più difficile. Scatto ancora qualche foto. Al rientro il Monolite sembra aver cambiato volto, più dolce, accarezzato dai raggi delicati di un tramonto che gli scalda il petto, ma malinconico anche lui, forse triste nel salutarci e rimanere nuovamente solo.

Vi assicuro che questo luogo ha un’anima, e la vedrete e la sentirete quando ci andrete. Perché ci andrete vero?

E lo chiedo soprattutto ai tanti Calabresi che non conoscono le bellezze della nostra Regione e che magari credono di dover sconfinare per potersi meravigliare!

Non è così. L’incanto è a portata di mano!

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