Mar. Ott 19th, 2021

Il “fatidico” lavoro statale e a tempo indeterminato rappresenta un’utopia per molti giovani i quali, dopo aver completato un determinato percorso di studi, acquisito molteplici competenze, master costosi e quant’altro, sebbene auspicano nel trovare una rotta sicura si trovano a fronteggiare molteplici problemi legati alla mancanza di lavoro che spesso è connessa alla difficoltà di trovare un’occupazione ad hoc per le competenze possedute, spesso al di sopra delle aspettative di quello che la triste realtà del nostro Paese offre. Oggigiorno si richiede una formazione continua, prima e durante la carriera lavorativa, ma lo status occupazionale nel nostro Paese, in particolare nel Mezzogiorno italiano è precario anzi del tutto assente. Tra i laureati, la perdita di capitale umano è ancora più grave: quasi “60 mila” sono emigrati con il 63,5% tra i più giovani costretti a trasferirsi non solo al Nord Italia ma anche all’Estero per farsi in qualche modo una strada garantita da lavori spesso subalterni ma che offrono almeno un contratto sia esso determinato/indeterminato. Sono 406 mila i calabresi all’estero, un dato che colloca la Calabria al sesto posto preceduta da 5 realtà regionali demograficamente più popolose: un calabrese su 2 sceglie il Nord. Maggiore mobilità tra gli under 35. Rispetto all’età, quasi due terzi dei flussi migratori interni ed esteri, il “62,4%”, si colloca nelle le fasce più giovani fino ai 34 anni (in totale “182.262″) .La cosa più triste fra tutte è che le istituzioni non si rendano conto di quanta materia grigia lasci le nostre terre e pertanto molti enti chiudono le loro serrande per mancanze di personale, una situazione alquanto paradossale e desolante. L’esodo di capitale umano interessa anche interi borghi e paesi senza speranza di lavoro ed instaura relazioni sociali altrove. La mia osservazione si focalizza sulla fuga di cervelli che interessa la regione Calabria, la più colpita dall’ondata di disoccupazione in particolare acuita durante il lock – down nazionale che ha danneggiato piccole medie imprese, fabbisogno su cui si basa l’economia calabrese. Un punto su cui vorrei soffermarmi è il seguente: primo aspetto. Da alcuni dati pervenuti l’indice di scolarizzazione in Calabria si presenta abbastanza basso a dispetto di coetanei provenienti dal Centro e dal Nord Italia, per cui molti giovani arrivano col terminare la scuola a 16-18 anni cimentandosi subito nel mondo del lavoro privato, tra cui quello della ristorazione, imprese di varia occupazione, mal retribuite e precarie; secondo aspetto. Altri dati fanno emergere le competenze e la formazione di giovani calabresi alle prese con contratti di apprendistato, stage, contratti precari per cui tutta la formazione ricevuta e per cui hanno sacrificato interi anni di vita non garantisce loro una strada certa e sicura. Ulteriore aspetto è che molti giovani, non avendo la possibilità di vivere in una totale indipendenza economica, scelgono di sottostare ancora sotto il tetto familiare nonostante l’età che va avanti e i sogni nel cassetto che si disintegrano. Da un lato sfruttamento di manodopera giovane presso enti privati, dall’altra una vana speranza di superare gli irraggiungibili concorsi pubblici nonostante si posseggano innumerevoli competenze, costosi tra l’altro, l’unica soluzione è l’emigrazione, un’emigrazione costretta da chi ha una sicurezza economica per sé e per i propri discendenti, di chi ha potere. Il mercato del lavoro è sempre più spietato e richiede una formazione specifica, come un master e un’ottima conoscenza di almeno una lingua straniera, è una costante ed impetuosa corsa contro il tempo, con un curriculum costantemente da aggiornare. Non ci stupiamo se le istituzioni e i vari enti sono al collasso e vi è carenza di personale per coprire i posti vacanti lasciati dai pensionati costretti a lavorare sino ad età avanzata, si assistono anche ad episodi eclatanti ove pensionati sono richiamati per coprire posti vacanti in quanto non vi sono altri assunti. Una storia triste e paradossale, unica speranza? Il lieto fine, perché una terra come la nostra lo merita, nonostante tutto, il lato buono c’è, va solo estrapolato e reso migliore.

Dott.ssa Santostefano Francesca – Sociologa

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