Lun. Giu 27th, 2022

“L’unico caso di minacce fu quello di Antonio Tirintino. Da allora Utano mi chiese di non tornare più”

Klaus Davi, in qualità di parte offesa nell’ambito di un processo di Antonio Tirintino, figlio di Caterina Romeo appartenente alla famiglia di Archi, presieduto dal giudice monocratico dott. ssa Isabella Celeste, sentito dal Pubblico Ministero Alessandro Moffa e dall’avvocato della difesa Demetrio Scarlata in sostituzione dell’avvocato di Tirintino, ha dichiarato quanto segue: «Il mio lavoro ad Archi come giornalista investigativo inizia nel 2015. Pochi mesi dopo che mi recavo in quel quartiere per espletare il lavoro di giornalista, sono stato contattato da Utano Antonio il quale mi ha chiesto una mano per rintracciare la sorella Caterina. Mi ero reso subito disponibile anche perché del caso Schimizzi mi sono occupato fin dai primi anni dei miei sopralluoghi ad Archi. Con Antonio Utano, figlio di Pasquale Utano, uomo di fiducia di Giovanni Tegano, i rapporti sono sempre stati formalmente buoni, sono stato un assiduo frequentatore del suo bar Sunshine, anche perché speravo sempre di incontrare qualche pregiudicato di peso da intervistare. Non era il solo bar che frequentavo ad Archi ma frequentavo anche tutti gli altri bar: ho frequentato spesso la pizzeria di Don Peppe Tegano fratello di Giovanni, compreso il bar di Bruno Tegano che si trova sul vialone, il cosiddetto “vialone dei Tegano” ad Archi Cep, e il bar di Andrea Giungo sulla vecchia provinciale. Prima di quell’episodio dell’estate 2017 non ho mai subito minacce in nessuno di questi bar, anzi. Quel giorno della minaccia sopraggiunse Antonio Tirintino al quale feci delle domande dirette, cosa che faccio con tutti gli affiliati o presunti tali o boss che incrocio: “Mi racconti un po’ quali sono gli equilibri della cosca, della famiglia”; fu molto risentito e irritato dalle domande e cominciò a infierire pronunciando frasi minacciose, tipo “Se non fossi stato protetto dalla legge saresti già morto”, frasi del genere, il senso dei suoi interventi era questo. Va anche precisato che ritengo che Tirintino esprimesse in queste frasi più un punto di vista della cosca che non di lui stesso, anzi in qualche modo lui mi ha voluto comunicare che forse il suo avere le mani legate era anche dovuto a uno stop della famiglia Tegano che non voleva casini con i giornalisti. Quel giorno c’era anche Antonio Utano il quale davanti alle forze dell’ordine disse “Da questo momento non tornare più nel mio locale”, al netto di considerazioni anche personali sulla mia vita sessuale eccetera che però non starei qui a riportare. Due giorni prima di quell’episodio, Utano mi confidò che qualcuno di Archi gli aveva chiesto di sbattermi fuori dal locale, di non farmi più entrare, ma lui si era opposto. Per cui fui molto stupito dalla sua dichiarazione che peraltro disse anche davanti alle forze dell’ordine che nel frattempo avevo chiamato. Non mi sono assolutamente spaventato per queste minacce e sono tornato anche altre decine di volte nel bar successivamente, anche perché se mi minacciasse Totò Riina in persona non mi farei certo intimidire da queste cose. Ho un punto d’appoggio ad Archi Cep quando sono a Reggio Calabria, anche se mi hanno già sfondato la vetrata della casa ho ignorato completamente la cosa e ho continuato ad andare regolarmente ad Archi, ci vuole ben altro per incutermi timore».

Il massmediologo è convinto: “Senza conoscere Archi e San Luca, non si può dire di conoscere la ‘Ndrangheta”

«Conosco molto bene ormai tutte le famiglie di ‘Ndrangheta di Archi, non le conosco per sentito dire o solo grazie alle intercettazioni, ma le conosco personalmente. Conosco i loro equilibri, conosco il loro modo di pensare e il loro modo di rapportarsi. Penso che anche questa conoscenza delle famiglie arcote mi abbia in qualche modo aiutato a fornire una rappresentazione della ‘Ndrangheta più fedele perché per me Archi non è un posto qualsiasi, è il tempio laico della ‘Ndrangheta, un luogo di particolare significato per le cosche, il luogo delle stragi di ‘Ndrangheta, il luogo dove fu assassinato Don Paolino De Stefano. Come dicono numerosi cronisti calabresi e confermano moltissime sentenze, non si può conoscere la ‘Ndrangheta dal didentro se non si conoscono Archi e San Luca». Il massmediologo, assistito dall’avvocato Eugenio Minniti (Foro di Locri), si è costituito parte civile nel processo.

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