Dom. Ott 2nd, 2022

“In fila c’era anche un giovane impaziente di vedere con i propri occhi una delle più grandi scoperte dell’archeologia moderna. Quei due extraterrestri – un tempo umani come noi – che il mare ci aveva restituito”, scrive Alberto Angela nel suo editoriale pubblicato su La Repubblica

Alberto Angela parla dei Bronzi di Riace in un editoriale pubblicato su La Repubblica. Il divulgatore scientifico, figlio del compianto Piero, ha raccontato del ritrovamento delle due statue greche, delle emozioni che ha provato a vederli dal vivo per la prima volta e del rapporto del padre con i due Guerrieri conservati al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria“Ho scritto questo articolo qualche settimana fa in vista delle celebrazioni per i 50 anni dal ritrovamento dei bronzi di Riace e per la riedizione del mio libro dedicato a questi tesori – afferma Alberto Angela – . Gli eventi degli ultimi giorni mi hanno posto davanti al dubbio se fosse il caso di andare avanti con questa operazione editoriale. Ho esitato molto. Poi ho concluso che anche mio padre Piero lo avrebbe voluto”.

“Innanzitutto – spiega Alberto Angela – perché si tratta di approfondire e divulgare un importante tema storico e archeologico. E poi perché è soprattutto un’occasione per valorizzare un simbolo dell’immenso patrimonio storico e artistico dell’Italia, al quale anche lui ha dedicato molte delle sue attenzioni. E se lui stesso, sino alla fine, ha portato avanti tutto il lavoro programmato per rispetto del suo pubblico credo sia giusto fare lo stesso. Se non altro per onorare quello che è stato sempre il suo vero obiettivo, informare e arricchire di conoscenze le persone”.

Alberto Angela racconta quella volta che li visitò durante l’esposizione al Viminale, quando i Bronzi di Riace erano sulla strada di ritorno dopo il restauro di Firenze: “in fila c’era anche un giovane impaziente di vedere con i propri occhi una delle più grandi scoperte dell’archeologia moderna. Quei due extraterrestri – un tempo umani come noi – che il mare ci aveva restituito. Tutti sanno, e lo sa anche lui, che li aspetta uno spettacolo memorabile. I Bronzi affascinano per diverse ragioni. Si rimane sbalorditi dalla loro prestanza e dai dettagli accurati: le spalle ampie e aperte, i denti in argento, i capezzoli in rame, i riccioli che sembrano muoversi come scossi da un’improvvisa brezza, i piedi con delle leggere deformazioni a suggerirci che sono piedi veri, di uomini che hanno realmente camminato, corso, combattuto. Esempi perfetti di kalokagathía, letteralmente “bellezza-bontà”, per i greci infatti la bellezza esteriore era sempre mirabilmente fusa con le qualità morali dell’individuo”.

“Se chiudiamo gli occhi possiamo immaginarceli adagiati sul ponte di una nave, sotto i piedi i tenoni, i perni di piombo che li ancoravano ai loro basamenti. Chi li ha strappati con tanta violenza dai loro antichi piedistalli e per quale ragione? Poi forse un incidente o un’improvvisa burrasca, i marinai che devono alleggerire il carico per paura che la nave affondi. O, ancora peggio, un sentore superstizioso li induce a pensare che le onde siano una punizione divina per quel furto sacrilego. Bisogna liberarsi di quelle due presenze inquietanti che diventano immortali proprio nel momento in cui scivolano nel blu profondo. Il mare ce li ha restituiti, questa è una certezza. Gli occhi di fronte a essi li apriamo, li teniamo spalancati. Quando me li sono trovati davanti ai miei per la prima volta dopo la lunga fila al Quirinale, è stato come ritornare indietro nel tempo di migliaia di anni. Era come se a guardarli si potesse percepire tutta la forza del mondo in cui erano vissuti. Non sono stato colpito solo dalla loro bellezza, ma dal fatto che il segreto che vi si annidava dentro li rendesse umani. Semplicemente vivi. Ho pensato che se avessi potuto poggiare il palmo della mia mano sul petto di uno dei due, avrei potuto sentire il battito formidabile del cuore”, conclude Alberto Angela.

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