Lun. Gen 30th, 2023

“Purtroppo, il vento sta soffiando al contrario rispetto a ciò di cui c’è bisogno per arginare le mafie, per arginare la corruzione, i reati contro la pubblica amministrazione, che sono spesso e sempre più intimamente connessi, e soprattutto il riciclaggio. Allora c’è veramente tanto da fare e ci vuole tanto coraggio. Chiederei a chi non ce l’ha, perché il coraggio non si vende al supermercato, che si metta da parte e lasci fare”. Sono le parole pronunciate qualche giorno fa dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri in un convegno organizzato all’Umg. Una vera e propria denuncia nei confronti di quella classe politica che per coprire i tanti scheletri che ha nell’armadio sta tentando di smantellare pezzo per pezzo la legislazione antimafia italiana con la complicità di quell’agglomerato di potere costituito – come scrivevamo nell’aprile del 2021 in questo editoriale – da “colletti bianchi”, “massoni deviati”, “faccendieri”, “lobbisti”, “professionisti dell’inciucio” e “giornalisti asserviti”. Ha ragione da vendere Nicola Gratteri.

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Quel venticello della calunnia e della denigrazione

Il vento non solo è cambiato ma soffia sempre più forte quello della calunnia e della denigrazione perché in atto c’è una vera e propria campagna di delegittimazione finalizzata a distruggere professionalmente chi è in prima linea nella lotta alle mafie e, in particolare, alla ‘ndrangheta. I veri Servitori dello Stato con la “S” maiuscola. E’ una storia che si ripete. Un film già visto. Strano paese (rigorosamente con la “P” minuscola) l’Italia. Chi mettendo a rischio la propria vita e i propri familiari dà il via libera a inchieste scottanti portando avanti indagini senza precedenti viene sbeffeggiato, criticato,  attaccato, soprattutto delegittimato anche se con il suo lavoro ha contribuito a smascherare e a far condannare comitati d’affare, lobbisti senza scrupoli, imprenditori conniventi, politici corrotti, professionisti collusi per estirpare il cancro della ‘ndrangheta che, nel silenzio vigliacco e complice, di certa politica, certa magistratura e certa società civile si trasforma in quella metastasi che giornalisticamente è definita “massomafia”. In una vecchia intercettazione di qualche anno fa un vecchio boss suggeriva al suo interlocutore di non utilizzare il tritolo per “silenziare” un magistrato o un investigatore diventato troppo scomodo o troppo pericoloso. Il consiglio più subdolo era quello di neutralizzarlo non con le bombe ma con le parole, la semplice calunnia, ovvero l’arma della delegittimazione al posto dell’intimidazione. Un vecchio vizio che non è solo un vezzo dei mafiosi.

La campagna di delegittimazione mediatica

Nell’Italia del vento che soffia al contrario il problema non è più la ‘ndrangheta (guarda caso scomparsa dall’agenda politica) ma sono quei magistrati testardi e per nulla proni al potere come Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, ma anche investigatori del calibro del “cacciatore” dei Casalesi, il catanzarese Vittorio Pisani,  oppure, per rimanere in Calabria, del colonnello Gerardo Lardieri che in carriera ha inferto duri colpi non solo ai clan ma anche ai poteri forti. In questo contesto assistiamo quasi giornalmente a una campagna di delegittimazione mediatica portata avanti sistematicamente da gruppi compositi uniti tra loro dalla paura, dall’odio, dall’invidia: magistrati defenestrati e censurati accecati dalla voglia di vendetta e con il fegato spappolato dai successi altrui; giornali e giornalisti poco informati sulla stato dell’arte della lotta alla ‘ndrangheta e sull’andamento dei processi che arrivano persino a scambiare Limbadi per Limbiate; paladini difensori di illustri personaggi già condannati da un giudice e fatti passare per vittime innocenti di un complotto; blogger imboccati per scrivere falsi scoop destinati a trasformarsi in boomerang diffamatori. Opinioni trasformate in fatti quando i fatti sono ostinatamente contrari a ciò che si sostiene. A smentire i diffamatori seriali, allergici a quell’Antimafia che anche nel distretto giudiziario di Catanzaro ha iniziato a dare la caccia ai “colletti bianchi” che per anni ha protetto e tutelato boss e gregari di ‘ndrangheta, sono le prime sentenze arrivate in abbreviato. Due sono state pronunciate nei mesi scorsi nell’aula bunker di Lamezia Terme. Basta andare su un motore di ricerca qualsiasi per capire come sono finiti i primi filoni di “Rinascita Scott” e di “Imponimento”, alcuni dei principali processi istruiti dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Altro che evanescenza o show dei pm. Quanto meno a Vibo e nel Vibonese lo tsunami giudiziario ha prodotto risultati notevoli e concreti. Chiedere a commercianti e imprenditori non collusi con la ‘ndrangheta per credere. Aspettiamo che la stessa cosa avvenga in altre zone dello stesso distretto giudiziario, magari con la collaborazione di quelle procure ordinarie che in passato hanno fatto dell’evanescenza un marchio di fabbrica.

La lezione di Borsellino

Ai detrattori di tutti quei magistrati o investigatori, che quotidianamente sono in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta e ai poteri forti che frenano lo sviluppo della Calabria, riproponiamo uno dei più grandi insegnamenti di Paolo Borsellino. Si tratta del discorso pronunciato in un istituto professionale di Bassano del Grappa nel 1989. Il tema è quanto mai d’attualità e riguarda i politici accusati di vicinanza ai mafiosi non condannati dalla magistratura. “Quei politici sono onesti? E no! – afferma Borsellino invitando a non nascondersi dietro lo schermo della sentenza – la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i Consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica”. Una lezione che chiama causa la classe politica perché la lotta alla mafia non può essere delegata esclusivamente alla magistratura e bisogna fare attenzione a non scivolare sul pericoloso equivoco tra innocenza e onesta. Borsellino docet: “Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati”.

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