Sab. Feb 24th, 2024

Operazione “Timone” della Guardia di Finanza

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“Estorsione e trasferimento fraudolento di valori aggravati dal metodo mafioso” e “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta”.

Queste le accuse mosse dalla Procura di Torino e dalla Direzione Distrettuale Antimafia torinese verso cinque persone, arrestate in queste ore, venerdì 1 dicembre 2023, dalla Guardia di Finanza di Torino, nell’ambito della operazione “Timone”, tra Torino e area metropolitana (Grugliasco, Rivoli e Moncalieri), condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino.

Delle cinque persone arrestate, tre sono state collocate in carcere mentre le altre due sono ai domiciliari ma con obbligo di dimora: le indagini intraprese hanno portato all’individuazione di diversi soggetti vicini agli ambienti della ‘ndrangheta piemontese e ai limiti dell’intraneità nella stessa nonché di un esponente di rilievo del citato sodalizio criminale, già condannato per mafia e oggi deceduto. 

Le indagini (compiute anche attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali ed estese attività di osservazione e pedinamento) partono da più lontano. Ovvero dalle operazioni “Carminius” e “Fenice“, che nel 2019 portarono a decapitare una cellula di ‘ndrangheta vibonese attiva in provincia di Torino.

I cinque, approfittando anche della collaborazione fattiva di “colletti bianchi” – ovvero di impiegati, funzionari e dirigenti di aziende – hanno dato vita a intestazioni fittizie di aziende, effettuate con l’aggravante di agevolare l’associazione mafiosa ‘ndranghetista attiva in Piemonte.

Operazioni che sarebbero state effettuate con la complicità di più persone e con l’ausilio di liberi professionisti, ricorrendo a prestanome per celare il vero dominus delle imprese, il quale avrebbe agito al fine di agevolare l’associazione ‘ndranghetista cui era organico ed eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniali, essendo egli stato destinatario di una condanna definitiva per associazione di tipo mafioso.

Alcune società sarebbero state altresì utilizzate per la commissione di truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche nel periodo pandemico. I personaggi coinvolti, infatti, mediante artifizi e raggiri, sarebbero riusciti a ottenere in maniera fraudolenta finanziamenti a fondo perduto e garanzie statali per la percezione di finanziamenti bancari, ai sensi della vigente normativa emergenziale. Tali operazioni illecite avrebbero avuto, a fattor comune, l’obiettivo di far ottenere i “sostegni” finanziari pubblici al citato elemento di spicco della ‘ndrangheta piemontese sottoposto alle indagini e che non avrebbe potuto avere accesso in ragione della condanna riportata e di tutte le misure di prevenzione. 

Parte delle truffe, inoltre, sarebbero state commesse con il fattivo contributo di un “colletto bianco” (destinatario della misura dell’obbligo di dimora), dipendente di un locale ente territoriale, risultato avere – per quanto emerso nel corso delle investigazioni – assidui contatti con personaggi vicini al mondo ‘ndranghetista e in grado di riconoscerne l’appartenenza o la contiguità allo stesso.

L’estorsione all’interno del Caat di Grugliasco

Per gli investigatori, è stato “emblematico” il caso dell’estorsione, con metodi mafiosi, all’interno del Caat di Grugliasco nei confronti del titolare di uno stand. Così facendo, gli indagati sono riusciti a “eliminare” un concorrente, senza pagare l’acquisizione e, ancora, con un passaggio fittizio di intestazione a un prestanome. Ma soprattutto rafforzando la propria posizione all’interno del Caat stesso.

Stante quanto ricostruito, i sodali avrebbero poi operato all’interno del mercato con la predetta società anche instaurando legami e scambi con altri esponenti qualificati della ‘ndrangheta, procedendo a distrarne e dissiparne progressivamente il patrimonio, peraltro senza onorare i debiti commerciali e con sistematica evasione fiscale e contributiva. E, ancora, con la consapevolezza che la società sarebbe poi fallita: ma anche in questo caso, tutto era “calcolato”. Le relative quote, infatti, erano state trasferite astutamente a un cittadino extracomunitario senza mezzi finanziari che – a fronte di un esiguo compenso – si sarebbe addossato tutte le connesse responsabilità civili e penali.                 

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