REPORTAGE. SERENATE, FIDANZAMENTI E MATRIMONI D’UN TEMPO

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Come sono lontani i tempi in cui le ragazze in età da marito potevano uscire di casa solo nei giorni di festa per andare a messa e solo se accompagnate dai genitori o da qualche parente stretto! Il computer con le sue mail, facebook con le sue chat e i messaggi privati e i telefonini per parlare a viva voce o comunicare tramite messaggini sms appartenevano ancora ad una generazione futura, ma lontana nel tempo e nell’immaginazione.

Per parlare via cavo, quando ancora il telefono era una mezzo di comunicazione per pochi eletti, bisognava fare ore d’attesa al posto telefonico pubblico, che doveva richiedere la linea al centralino, che dopo qualche ora la smistava al telefono che l’aveva richiesta. Non parliamo, poi, delle telefonate intercontinentali. Per vedere la donna amata, magari al balcone o in terrazza che stendeva i panni al sole, bisognava passeggiare ore intere sotto la sua abitazione. Rimanevano solo le chiese e il camposanto, luoghi di culto dove tutti potevano accedere, ma nessuno cacciàri mali nominàti (diffondere notizie per infangare l’onorabilità della ragazza), complice la solita mbasciatùra (ambasciatrice), che organizzava gli incontri per permettere a due innamorati di scambiarsi qualche breve effusione amorosa.

L’amore, dunque, poteva essere fatto di sguardi, se la ragazza aveva il permesso di frequentare le funzioni liturgiche, o di lunghe e interminabili lettere, che raccontavano lo strazio di un amore che si consumava tra languidi sospiri e attese spasmodiche. Ma se i due innamorati erano divorati dal fuoco ardente dell’amore, in tal caso, avrebbero potuto spegnere solo col matrimonio o con la classica fujitìna (scappatella) la loro incontrollabile voglia di anticipare i tempi…

Serenate 

A questo tipo di comunicazione si aggiungeva, però, quello più chiaro e suggestivo delle serenate, che i giovani andavano a cantare sotto il balcone della donna amata, di notte, quando tutti dormivano, ma soltanto lei non riusciva a prendere sonno.

Vinni mi cantu ccà nta chisti strati 

di nott’e notti, si mi canusciti; 

port’e finestri chi siti sbarrati, 

mi salutati a cu’ d’inta teniti 

Con versi popolari come questi, il fidanzato ribadiva alla sua bella l’amore per lei. E l’innamorato che parte da lontano, riesce a superare tutte le difficoltà del viaggio, ben intuendo la gioia che l’aspetta all’arrivo, dove canta così:

Aju partutu di tantu luntanu 

e vinni apposta pemmu ndi vidimu, 

e li puntuna mi parènu chjanu, 

l’arburi riganegli’ e petrusinu. 

E ora c’arrivai nta chistu chjanu,

mi sembra ca lu fici lu caminu;

affaccia bella e porgimi la manu, 

ccavanti mi fa mali lu surinu 

Ma l’amore per la donna amata, spesso, dava sfogo a componimenti davvero originali e di rara bellezza poetica, che solo il cuore del popolo, semplice e contadino, poteva comporre:

Ndaju ‘nu cori quantu a ‘na nuciglia,

vaju cercandu ‘na figghjola bella, 

e non mi mporta s’esti picciriglia, 

ca mi la crisciu cu viscottineglia, 

e quand’è randi mi curcu cu d’iglia, 

facimu ‘u jocu di la palumbeglia

Ma destinataria delle serenate non era solo colei che infiammava il cuore dell’innamorato. Di riflesso, qualche volta, la serenata era indirizzata anche alla madre di lei, che non voleva che la figlia si fidanzasse. Al suo cuore, il futuro genero bussava così:

O mamma mamma quantu sirinati 

cu ‘na figghjola bella chi ndaviti; 

vogghju mi sacciu si la maritati 

oppuru si nta casa v’‘a teniti 

Succedeva anche che destinatario della serenata, qualche volta, fosse anche il padre, che si opponeva alla realizzazione di un sogno d’amore, gettando nella più cupa disperazione l’uomo che imprecava anche contro la sfortuna:

Occhj nigregli non vi lamentati 

ca non è curpa mia, vu’ lu sapiti; 

curpa la me’ furtun’ e vostru patri, 

non vonnu ca di mia patruna siti 

Le serenate non raccontavano solo storie d’amore, ma anche di sdegno e di disperazione per un amore non corrisposto:

Sdegnu chi mi sdegnast’ ‘u cori tantu, 

non pozzu mi ti vij’ e mi ti sentu; 

quandu viju lu diavulu no schjantu, 

ma quandu viju a ttia 

schjantu e spaventu 

E l’innamorato, che per lei era anche finito in carcere, canta con parole di odio il suo amore finito:

Fu’ carciaratu a li carciari toi 

e non venisti mu mi vidi mai. 

Tu mi mandasti lu cafè d’aloi 

e pe d’amuri toi mi lu pigghjai. 

Mò va’ dicendu ca mortu mi voi, 

ma pe’ dispettu toi non moru mai. 

Ma mori prima tu e la genti toi, 

mu si distruggi ssa rrazza chi ndai 

Ma quando lo sdegno era alimentato da un odio molto profondo, l’innamorato non aveva peli sulla lingua nel dichiarare alla sua ex-amata/odiata tutto il suo disprezzo:

O facci di ‘na brutta carcarazza, 

tu porti migli diavuli pa trizza; 

va’ a trovari ccocchjunu mi t’ammazza 

c’a mmia mi resta tanta cuntentizza 

Le canzoni di sdegno, che erano l’altra faccia dell’amore, hanno da sempre arricchito le pagine della letteratura popolare, quasi sempre orale, facendosi portavoce di un risentimento che sconfinava spesso nella vendetta verbale dell’innamorato, il quale ironizzava sull’onorabilità dell’amata, che lascia il suo innamorato e cede alle promesse di altri spasimanti:

Campana chi si’ fatta di mitagliu 

e ‘ncùdini chi batti ogni martegliu, 

gaglina cavarcata d’ogni gagliu 

e ficu pizzicatu d’ogni arcegliu 

Succedeva, qualche volta, che l’innamorato fosse minacciato di morte, nel caso in cui non si fosse allontanato da quella ragazza o avesse continuato a fare di lei l’oggetto delle sue serenate notturne:

E nta sta ruga m’annu minazzatu 

ca si passu di ccà je’ campu pocu. 

Je’ passu e spassu com’a ‘nu dannatu 

pacchì la vita mia la penzu pocu.

Ogniu spicuni ndavi ‘n’omu armatu, 

ogni finestra ‘na bampa di focu 

Ma anche contro i vicini di casa, che avevano la brutta abitudine di criticare due giovani che parlano senza essere ufficialmente fidanzati, si possono scagliare gli strali del risentimento dell’innamorato:

E nta sta ruga nc’è ‘nu malu diri

ca jeu mancu cu ttia pozzu parlari; 

subitamenti si mentunu a diri: 

«Chiglia è la nnamurata di lu tali. 

Focu mi cadi di li ciaramidi 

e pammi bruscia cu’ ndi parla mali» 

Una volta si diceva che, senza le malelingue, anche i preti si sarebbero potuti sposare, per cui, nei nostri paesi, ogni storia d’amore è sempre stata oggetto delle più disparate dicerie, col rischio – spesso frequente per la ragazza – di non sposarsi più o di essere bollata come donna poco seria.

Fidanzamento 

Ma a quei tempi, una donna, portata di bocca in bocca, si poteva salvare solo col fidanzamento ufficiale, che avveniva tramite ‘nu mbasciaturi, che mandato (o mandata) dal padre del futuro fidanzato a casa della ragazza per richiederla in sposa, si sarebbe dovuto attenere al rispetto di un certo cerimoniale da osservare rigorosamente. La tradizione voleva che la persona prescelta per questo incarico fosse una persona di tutto rispetto, di integerrima condotta morale, la quale sarebbe dovuta entrare nella casa della ragazza prescelta – secondo tradizione – col piede destro e dire, mentalmente: «Trasìa c’‘u destru e ccà mi restu» (sono entrato/a col piede destro e qui rimango). Dopo i convenevoli del caso, avrebbe dovuto dire che è stata mandata dal padre dell’innamorato il quale “vorrebbe avere tanto onore”di richiedere la mano della ragazza per conto del proprio figlio.

Se la risposta era negativa il padre, e solo il padre come capofamiglia, avrebbe detto che ringrazia, ma non ha figlie da sposare, oppure che la figlia è ancora molto giovane e che è presto per pensare al matrimonio, o, come scusante estrema, che la famiglia non era ancora pronta per sposare una figlia; ma se la risposta era positiva, dopo qualche giorno la famiglia del fidanzato varcava la soglia della casa della ragazza richiesta in sposa per la prima visita ufficiale. Nel corso di questo incontro venivano decise le visite settimanali (alcune volte anche i giorni e l’ora) che il fidanzato poteva fare nella casa dei futuri suoceri e la data del fidanzamento ufficiale, con l’offerta dell’anello (‘a singa).

In questa occasione si sarebbe parlato anche di dote e, in linea di massima, del tempo in cui si sarebbe celebrato in chiesa il matrimonio. Qualche volta, però, la richiesta di fidanzamento, come si usava in tanti paesi, in tempi piuttosto remoti, avveniva tramite un ceppo di legno (ccippu) che l’innamorato metteva di notte dietro la porta dell’innamorata. Al mattino, quando il padre della ragazza, aprendo la porta di casa, lo avesse visto, avrebbe dovuto dire: «Cu’ m’‘a ccippau ‘a figghja mia?» (chi ha richiesto mia figlia in sposa tramite il ceppo?). L’innamorato, che stazionava nei pressi di quella casa per conoscere la risposta, avrebbe dovuto rispondere: «Eu vi la ccippai» (io l’ho richiesta in sposa). Se il padre era contento del giovane che l’aveva richiesta, portava dentro casa il legno, altrimenti lo avrebbe invitato a riprenderselo. A Pasqua, la tradizione voleva che la fidanzata preparasse un dolce pasquale (guta) con dodici uova, mentre il 1° maggio era il fidanzato che doveva regalare alla fidanzata un grande ramo di alloro (‘u maju) addobbato con capretti, ricotte, dolci e fazzoletti di pura seta, che qualche volta restava esposto al balcone per diversi giorni in segno di orgoglio e soddisfazione. Le visite del fidanzato a casa di lei avvenivano sempre in presenza di mamma o papà, se non di tutt’e due. Succedeva così che i due innamorati dovevano sfruttare qualche momentanea assenza del padre (la madre, se era complice, si allontanava di proposito per lasciarli soli) per potersi scambiare qualche timido bacio e dirsi tutte le cose che si dicono gli innamorati.

Matrimonio 

Qualche mese prima del matrimonio, i genitori di entrambi dovevano comprare le fedi per gli sposi e l’oro per la sposa. I genitori della sposa compravano l’oro per lo sposo e viceversa, mentre la spesa dei mobili toccava allo sposo. Qualche settimana prima del matrimonio le famiglie degli sposi invitavano parenti ed amici a vedere la casa e tutta la biancheria che lei portava in dote. La dote per i ceti medio-bassi era costituita prevalentemente da: trenta paia di lenzuola; trenta paia di cuscini; trenta coperte; trenta asciugamani di cui un quarto fatte in casa, un quarto di lino e le altre di spugna e due servizi completi per bagno.

Ai quali si aggiungevano: dodici servizi da tavola per sei persone e dodici per sei; trentasei strofinacci e dodici paia di capi di biancheria intima di seta e di flanella. Inoltre servizi di bicchieri, piatti e posate. I più disparati commenti fiorivano nella “ruga” il giorno dopo che la futura sposa aveva fatto conoscere la sua dote, a proposito della quale un vecchio adagio ammoniva: «Pìgghjala mi li vali, non mi li porta», perché non è la dote che fa la sposa. Un mese prima delle nozze, i rispettivi genitori andavano di casa in casa per invitare parenti ed amici, chiedendo loro se potevano avere “tanto onore” di partecipare al matrimonio. La preparazione del letto nuziale era un momento di grande partecipazione non solo di parenti e amici, ma anche di semplici conoscenti e vicini di casa. Sulla coperta di seta, che non era mai stata messa sul letto, venivano eseguiti con monetine e confetti disegni raffiguranti temi d’amore, come due cuori trafitti da una spada.

I parenti più abbienti ostentavano il loro regalo in denaro, depositandolo sul letto quando tutti erano presenti, in banconote, mentre i più poveri lo facevano sempre di nascosto e con monetine di poco valore. Il compare, rigorosamente, veniva scelto tra le persone più influenti del paese, che poi erano quelle che avevano anche i soldi e si potevano permettere, quindi, un regalo abbastanza costoso. La scelta ricadeva quasi sempre sul sindaco, per la prima figlia o figlio, oppure sul prete o sul medico di famiglia. Ma anche altre persone benestanti, come impiegati o imprenditori edili, ma sempre rappresentanti della crema economica del paese, potevano essere prescelte per instaurare un rapporto di comparato, che, poi, diventava di amicizia e, in qualche caso, di vera e propria parentela… sempre che il passo degli sposi non fosse stato fatto molto più lungo della gamba, scegliendo un compare di posizione particolarmente superiore. Il comparato era un vincolo sacro per i nostri antenati, e il compare rappresentava un parente acquisito che faceva parte della propria famiglia, che “ndavìa ‘i si rispetta fin’a settima generazioni”. Ecco perché, ancora oggi, nei nostri paesi, qualche anziano, passando davanti alla casa di un suo sangianni (compare di battesimo, di cresima e, qualche volta, anche d’anello) si toglie il cappello in segno di rispetto. Al termine della funzione religiosa gli sposi si fermavano all’uscita della chiesa per la foto di rito.

Intorno agli sposi i parenti più stretti e, dietro, tutti gli invitati. Monetine da dieci, cinquanta e cento lire frammisti a confetti venivano lanciati in piazza ai bambini che si azzuffavano per raccogliere, tra le gonne delle donne agghindate a festa, l’ambito tesoro. Gli stessi sposi venivano fatti passare sopra un tappeto di monetine in segno bene augurante per una vita economicamente serena. Il pranzo nuziale si svolgeva quasi sempre in un frantoio (trappitu), oppure in qualche spaziosa casa signorile di ricchi possidenti non abitata, dove era immancabile il ragù di capra, con cui si condivano i maccheroni (past’’e zziti). Con gli stessi, appena scolati, si riempivano le madie (majìgli), per poterli ben mescolare col sugo prima di servirli agli invitati. Immancabile, in ogni pranzo di matrimonio, dopo un secondo piatto a base di capra con vari contorni di prodotti di fattura contadina, arrosto misto di salsiccia e carne di maiale che, rosolandosi sulla brace ardente, emetteva un profumo inconfondibile, che non era solo segno di festa, ma di inconfondibile identità contadina. Non mancava, allora, in quasi tutte le case, una radio con giradischi, dove, prima ancora che fosse servita la torta, si potevano ascoltare canzoni incise su dischi a 78 giri.

Per gli amanti del tango, non mancava quasi mai la celeberrima Cumparsita, che rievocava languide atmosfere latino-americane, e per gli amanti del valzer, il celebre Sangue Viennese o Sul bel Danubio blu. Ma se spuntava una richiesta di mazurca, gli invitati più attempati scendevano in pista sulle notte de La mazurca della nonna, che piaceva molto alla gente di medio e alto ceto, mentre la classe contadina preferiva l’eterna tarantella, che si faceva precedere da un prologo che diceva: «Non pacchì sȗ pecuraru, ma sȗ riccu di munita, abballati donna Tita!». All’indomani, la madre della sposa si premurava di portare ai due colombi il primo caffè della loro vita coniugale, dopo una notte passata dalle due famiglie degli sposi col cuore in gola, in attesa del responso della notte d’amore appena passata, che tutti volevano conoscere… E quando, poi, finalmente, giungeva l’ora della notizia tanto attesa, la mamma faceva sventolare come una bandiera dal balcone di casa sua la “prova” inconfutabile che la figlia era onorata. Ora sì che poteva finalmente preparare il primo pranzo per gli sposini con brodo di pollo e uova, per far loro riacquistare tutte le perdute energie…

Franco Blefari

(fonte corrierelocride.it)

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