Romeo e De Stefano «dirigenti» della massomafia

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I legami con la Gran Loggia del principe Alliata. L’ambito occulto che faceva da raccordo tra ‘ndrangheta e zona grigia. Il tentativo (riuscito) di occupare le istituzioni con la candidatura di Scopelliti. Per i giudici del Riesame la “cupola” reggina esiste ed è potentissima

La “cupola” della ‘ndrangheta esiste, è operativa e Paolo Romeo ne fa parte. È lapidario il collegio del Tribunale della libertà di Reggio Calabria nel confermare l’ordinanza emessa a carico di Romeo dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Per i giudici, ci sono tutti gli elementi per «affermare l’esistenza dell’autonomo organismo associativo posto in posizione di vertice e costituito dalla cupola riservata della ‘ndrangheta», ma soprattutto ci sono gli elementi per contestare a Paolo Romeo di essere parte di tale organismo.

DIREZIONE STRATEGICA Per i magistrati, «le condotte di cui si è reso protagonista, attraverso una capillare rete di rapporti e relazioni che hanno consentito allo stesso di dirigere e gestire la vita politica della città, sono chiara espressione della posizione apicale rivestita non solo e non tanto nell’ambito della cosca De Stefano quanto, ancora e a maggior ragione, nell’ambito della struttura apicale riservata che dirige strategicamente la ‘ndrangheta». Un ruolo – spiega il collegio – che condivide con l’avvocato Giorgio De Stefano. Entrambi – si legge nelle motivazioni – «sono realmente sovraordinati rispetto alla ‘ndrangheta operativa, con la quale interagiscono».  Per i giudici, «sono i promotori, i dirigenti e organizzatori della componente riservata della ‘ndrangheta, forti del ruolo ereditato dopo la morte di Giorgio e di Paolo De Stefano». E rappresentano «il punto di collegamento fra mondi riservati, quale quello massonico e quello mafioso».

IL RE DEI RISERVATI Del resto, che Romeo fosse uomo avvezzo a guanti e grembiuli sono tanti a dirlo. In primis i collaboratori, di cui i giudici confermano – e con forza – l’attendibilità.  Primo fra tutti, Cosimo Virgiglio. «Confermo – ha messo a verbale il pentito – che l’avvocato Paolo Romeo faceva parte della Gran Loggia del principe Alliata insieme a (omissis). Tali soggetti sono sussurrati all’orecchio proprio per garantire la loro riservatezza». Una misura “di sicurezza”, spiega Virgiglio ai magistrati, necessaria per tutelare il loro delicatissimo ruolo. «Ribadisco – aggiunge infatti  – che la loro funzione è quella di consentire i rapporti, rendendoli invisibili, tra componente tipicamente mafiosa e le ulteriori componenti del circuito di potere massonico». Un «contesto massomafioso – riassumono i giudici in sede di motivazione – in cui si staglia la figura dell’avvocato Paolo Romeo».

IL MONDO OCCULTO Per il collegio, quello del collaboratore è «un racconto circostanziato e coerente il cui grado di attendibilità non può che ritenersi elevato atteso che Virgiglio rivestiva un ruolo qualificato all’interno della “loggia dei due mondi” di Reggio Calabria di cui deteneva il maglietto pulito». Il pentito – affermano – era «un soggetto intraneo alla struttura massonica calabrese che, nel suo narrato, fornito di numerosi elementi di dettaglio, distingue tra maglietto pulito e sporco o occulto. Quest’ultimo – ci tengono a evidenziare – costituisce un ambito riservato o occulto di cui fanno parte numerosi soggetti collegati all’ambiente criminale mafioso che, pertanto, non potevano essere inseriti nelle logge regolari. Ed è proprio in questo contesto occulto che il collaboratore inserisce Paolo Romeo». Rapporti che, nel tempo, Romeo ha piegato e modellato secondo le strategie che tesseva per conto della “cupola”. Un lavoro portato avanti gomito a gomito con Giorgio De Stefano.

OBIETTIVO: OCCUPARE LE ISTITUZIONI Nonostante negli anni abbiano adottato ogni sorta di accorgimento e cautela per occultare i loro rapporti e i loro incontri, Romeo e De Stefano – si spiega nel provvedimento – agivano di concerto e per un comune fine. Lo dimostrano «le dinamiche che hanno presieduto alle elezioni comunali e regionali degli anni 2007 e 2010, che lette unitamente a quanto emerso anche in relazione alle competizioni elettorali precedenti, si inquadrano in un più ampio disegno di Paolo Romeo». Non si trattava di «passione per la politica» come sostengono i suoi legali. Per i giudici, insieme all’avvocato De Stefano, Romeo «mirava, avvalendosi di politici in grado di intercettare su di sè i voti della ‘ndrangheta, a realizzare l’obiettivo criminale, perseguito dall’organismo associativo riservato, di totale occupazione delle istituzioni». Per questo – spiegano i giudici – l’intervento dei due legali nel corso delle diverse competizioni elettorali non è da considerare «estemporaneo», ma va inquadrato «nell’ambito di una più ampia visione strategica che è stata avviata nel 2002 e che, nonostante le alterne vicende dovute allo stato di detenzione da questi ultimi (ndr. Paolo Romeo e Giorgio De Stefano) subito ha continuato a essere perseguita».

IL GRANDE TESSITORE E Romeo – affermano i giudici – si è dimostrato in grado di gestire l’intera vita politica cittadina «infiltrandone le istituzioni attraverso personaggi politici che godono dell’appoggio delle diverse cosche di ‘ndrangheta, dirigendoli e coordinandoli». In questo senso – sottolinea il collegio – «strategica si è rivelata la scelta di Scopelliti quale candidato sindaco, nonostante non godesse della stima né del Romeo, né del De Stefano». Del resto i due non cercavano un politico capace, ma solo «un interlocutore manovrabile ed attorniato da una serie di consiglieri in grado di controllarlo e pronti se del caso a colpirlo».

LA RETE Il potere di Paolo Romeo per chi – all’epoca e forse ancora – frequenta il mondo della politica era cosa nota. Lo dimostra ad esempio – ricordano al riguardo i giudici – che sia stata «la stessa deputata Intrieri a contattare Romeo prima di interloquire con Scopelliti» in vista delle regionali del 2010. Ma questo – emerge dal provvedimento – non è che un esempio della «straordinaria rete di relazioni» e della «capacità di Romeo di ottenere l’asservimento delle istituzioni di ogni livello attraverso l’opera di sodali che raggiungono i più alti scranni delle istituzioni avvalendosi dell’appoggio delle cosche di ‘ndrangheta». Lo rivelano le chiacchierate di Romeo su Caridi, che dimostrano – dicono i giudici – «la posizione di preminenza su costui ma anche la consueta carica intimidatoria». Lo spiega in maniera lineare – si sottolinea nel provvedimento – l’avvocato Antonio Marra, quando intercettato dice a Giorgio De Stefano «ma sempre là siete tutti e due (ndr. De Stefano e Romeo).. non si muove foglia che voi due non volete». Lo dimostra – aggiungono i giudici – il legame ombelicale di Romeo con il potente dirigente Comunale, Marcello Cammera. «L’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà – specificano – non aveva remore ad affermare che il Romeo fosse “il vero capo di Cammera”, mentre l’assessore ai lavori pubblici Marcianò e un funzionario dell’ufficio Progettazione ed Esecuzione dei Lavori Pubblici, colloquiando fra loro, identificavano il Romeo come massima espressione dei poteri massonici cittadini».

LA CUPOLA Sono questi gli elementi che hanno indotto il collegio a ritenere che per Romeo sia «confermato il suo attuale ruolo di componente apicale della direzione strategica della ‘ndrangheta, chiamata ad operare ad un livello superiore rispetto alle sue singole articolazioni territoriali e ad intervenire in situazioni in grado di coinvolgere interessi criminali più elevati».

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