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MARUZZEGLIA D”I GAZZUSI NON C’E’ PIU’

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di Franco Blefari

Si è spenta nell’Ospedale di Locri,dopo una breve malattia, Maria Caminiti, meglio conosciuta come “Maruzzeglia d”i Gazzusi”. Madre, sorella,amica, confidente e conoscente di tutti, era una delle ultime superstiti di quel paese di gesso di Benestare, ancora in vita, di cui ha incarnato la semplicità, l’umiltà, la familiarità e la tradizione popolare. I funerali si svolgeranno domani 14 maggio, lunedì, alle ore 11.00 nella Chiesa di San Giuseppe e Sant’Antonio. Allego un suo ricordo,tratto dal mio libro ancora inedito “Gente di quel paese di gesso”.

MARUZZEGLIA D”I GAZZUSI

<<Maruzzè, aundi vai?>>, cioè “Maruzzella, dove vai” era l’espressione con cui veniva salutata Maria d’’i Gazzusi, ogni qual volta qualcuno la incontrava per strada con la solita cassetta di gassose in testa, o altre bibite della ditta Capogreco di cui faceva parte non solo a livello lavorativo, ma anche affettivo. << Vaju for’’a Timpa, vaju for’All’Ariaporu, o in un’altra zona del paese…” “Vado nel rione Timpa, oppure nel Rione Ariaporu”, rispondeva, ma dovunque andasse lei raccontava sempre tutto a tutti, fin nei minimi particolari. In altre parole Maria, che in paese era conosciuta da tutti come il due di briscola, era una persona popolare, amata e voluta bene da tutte quelle persone che lasciavano la porta di casa socchiusa, se non aperta (come quella del cuore), cioè, come si usava una volta. E attraverso quella porta Maria entrava e si accomodava al focolare di quelle vecchie case di gesso, se era di giorno, o in poltrona, davanti alla televisione, se era di sera. Ma Maria era una di quelle persone che, per il carattere, il modo intimo di porsi e concepire il rapporto con la gente, veniva sempre ricevuta in cucina, dove la complicità del cibo ( e del vino ) induce le persone che vi vivono di non avere argomenti tabù da non potere affrontare, insomma di non avere peli sulla lingua. E Maria i peli sulla lingua non li ha mai avuti, essendo considerata una delle tante persone che mangiavano “cul’’i gaglina” ( culi di gallina ), per il fatto che non riusciva a tenere nulla di segreto dentro di sé. Per questo motivo, Maria sapeva di tutti vita e miracoli, perché, raccontando tutto a tutti, riceveva confidenze da tutti. Capitava spesso di andare in qualche casa per fare visita a qualche parente, amico o conoscente malato, e là c’era lei, dove- come lei stessa ci teneva a far sapere – il dovere l’aveva chiamata, portando in regalo zucchero, caffè e biscotti, come facevano quasi tutte in paese. In queste occasioni Maria voleva sapere la diagnosi che aveva fatto il medico, se avesse già incominciato la cura e, in caso affermativo, se la stessa avesse incominciato già a dare i suoi frutti. Non aveva nemici, Maria, nemmeno persone che erano tanto ricche o stupidamente altezzose da non farla entrare in casa. Anche a casa del medico, dove gli altri venivano fatti salire solo fino a metà scala, lei entrava in cucina, come una di casa. Ovunque andasse, qualsiasi casa frequentasse o chiunque incontrasse, Maria chiedeva come la famiglia stesse di salute, snocciolando i nomi di tutti i componenti. Ai funerali, al momento della stretta di mano, baciava tutti i parenti che erano in fila e per ognuno aveva una parola di conforto. Con i suoi compaesani, Maria, divideva i sentimenti di gioia e di dolore dando il segno tangibile della sua partecipazione, frequentando la casa, sia in caso di fidanzamento, cresima, matrimonio, che in caso di decesso di qualche familiare, e, pertanto, era portata a dividere anche la tavola, dove non aveva bisogno di un invito per sedervisi, anche senza essere stata invitata. Ma la Maria che tanta gente ricorda è quella delle farse carnascialesche in Piazza Ariaporu, quando, prima di restare chiusa in casa sofferente per una fastidiosa malattia, rubava la scena ai farsanti in veste di semplice spettatrice, restando incantata al centro della rota. Forse per comunicare a tutto il paese la sua piena partecipazione ad un evento che coinvlogeva a livello emotivo tutte le persone semplici come lei che si identificavano in quelle storie carnascialesche d’ispirazione popolare. Maria era il megafono del paese, tutto ciò che accadeva in paese veniva amplificato dalla sua voce. Maria era il Santuario della Grotta di Bombile dove andava ogni anno, ai tempi del prete Don Bruno Scopelliti, insieme con “Peppinuzza du’ Bar”, Manuela Condemi, “Grazietta ‘a Zzumpa” ed altre donne dal cuore popolano.Vi si recavano a piedi al Santuario della Madonna, in un tripudio di sole e di risate, con sacco a spalla, thermos pieni di caffè per tutti e dolci fatti in casa,mentre il pranzo da consumare a mezzogiorno sull’erba, al ritmo della tarantella, veniva portato con l’auto attraverso la strada rotabile che da Ardore porta a Bombile. Maria: una donna d’altri tempi vissuta sempre tra una lacrima e una risata, tra il serio e il faceto, e vista, ora, a tanti anni di distanza, tra realtà e immaginazione, una donna, che pur averndo una famiglia, ha considerato il paese in cui viveva la sua famiglia e tutti i pianerottoli su cui si soffermava a confabulare la sua vera casa. Maruzzeglia d’’i Gazzusi, una donna libera e senza storia, ma la cui storia era quella di tutti e la cui immagine, che cammina con una cassetta di bibite sulla testa, attraversando la memoria di chi l’ha conosciuta, vaga, come un dipinto olio su tela, per quei vicoli di quel paese di gesso, che profumavano di mucche, di “catoja e ‘i cosi fritti “. Maria era tutto questo: la metafora di quel paese di gesso, Benestare, che chiunque lo abbia vissuto fin da bambino, porterà sempre con sé. Come la mamma.

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