PIETRO SERGI SCRIVE A MIMMO LUCANO «IL NOBEL PER LA PACE DIAMOLO A CHI VIVE NELLA BARACCOPOLI DI SAN FERDINANDO»

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Caro Mimmo,

 

adesso credo tu stia esagerando come e più di Salvini. Gli scafisti commercianti di esseri umani non sono vittime, sono carnefici spietati che non esitano a sfruttare e buttare in mare i poveri disgraziati. Riace non è l’ombelico del mondo, tantissime altre realtà hanno fatto altrettanto per l’integrazione e senza tutto questo clamore e queste richieste di clemenza o di trattamenti pro personam denunciando comportamenti anti personam, né di assegnazione di Nobel per la Pace, cosa che mi renderebbe orgoglioso come cittadino Calabrese e Italiano.

Vedi, carissimo e stimatissimo conterraneo, Riace, è vero, è un esempio di  integrazione, ed il suo significato morale e civile aumenta in quanto Riace si trova in Calabria, una delle Regioni dove il progresso è stato sfiorato solo nell’effimero, dove lo svuotamento demografico è tragico quanto dovuto a situazioni storiche sfavorevoli e ad una classe Politica mai all’altezza dei suo problemi reali – In questo sono d’accordo con te – che io lotterò per sradicare del tutto dal Potere che hanno occupato da decenni senza mai fare il loro dovere.

Dovremmo preoccuparci di noi stessi; ma sarebbe riduttivo, lo so benissimo, limitarci a questo. Ma quale integrazione potremo dare se non siamo stati capaci di far integrare neppure i nostri figli che scappano via a gambe levate? La Calabria si svuota e vede andar via i propri giovani verso le più disparate parti del mondo. Mio figlio stesso è dovuto emigrare in Grecia, quella Grecia soffocata dalla Troika e dalla Germania, pur di poter lavorare. Tutto ciò dopo che io stesso, 20 anni fa, ho dovuto lasciare la Calabria per avere un posto di lavoro e per dovermi sentire fortunato perché i miei figli hanno scuole e servizi di seria A , mentre all’Ospedale di Locri si muore di Sanità e non c’è un ascensore che funziona; in tutta la Regione la viabilità è disastrata, i servizi basici, la mobilità sono a livelli ridicoli in quanto sono servizi essenziali che una Regione all’interno di uno Stato tra i primi dell’Occidente, tra le più belle del mondo, non riesce a garantire a nessuno. E intanto gli sforzi immani di mio padre, come di tanti altri come lui, si perdono nell’abbandono.

Io sono per l’integrazione, e che fosse possibilmente di Serie A e non di Serie B. E in Calabria, INSIEME all’integrazione di questi fratelli vorrei che fossi integrato io come cittadino Calabrese, i miei figli, la parte della mia famiglia che è rimasta giù e che per spedire una raccomandata o pagare qualcosa deve prendere un giorno di ferie e fare la fila in un ufficio postale ormai Agenzia di circondario e non servizio primario, per prendere un treno decente deve percorrere non meno di 70 km eccetera eccetera e che dopo aver fatto cinquantamila chilometri deve cambiare macchina perché si è già sfasciata. Vorrei non dover essere punto di riferimento per i “migranti sanitari” che ormai per ogni patologia sono costretti a partire dopo anni e anni di Commissariamenti vari, da una Regione spesso governata dalla Sinistra. Vorrei, caro Mimmo, che tu esistessi anche per me, e che insieme a me lottassi per tutti noi e non solo per una parte che vorrei integrare in un contesto normale. Perché vedi, caro illustre e grande conterraneo, se noi vogliamo ripopolare la Calabria partendo dallo status quo senza prima lottare per portarla ad una condizione accettabile, allora questa Regione sarebbe davvero in grado di che ce la fanno ad arrivare perché a fargli spazio saranno i nostri figli.

E sarebbe fantastico poter accogliere e materializzare la speranza di tutti in questa Epoca contraddittoria di povertà crescente nell’era dello sfarzo, dello spreco sfrenato, dell’apparire sull’essere. Fantastico e contraddittorio in quanto questa speranza di un mondo migliore,  ai nostri figli non la stiamo più trasmettendo e la stanno, dunque, perdendo. Ma sarebbe pur sempre una toppa e un volersi arrendere alla situazione esistente, convinti che basterebbe la presenza fisica e numerica di chiunque a risollevare le sorti di una terra votata all’abbandono e al contempo risolvere il problema della povertà nel mondo e nelle aree depredate dall’Occidente opulento.

Non è Riace la soluzione, purtroppo, anche se ti riconosco l’essere l’emblema della metafora del colibrì, che nell’incendio della foresta dove vive corre col suo piccolo becco riempito d’acqua a spegnere il grande incendio che sta distruggendo il suo habitat mentre animali ben più grossi scappano. Chiudo chiedendoti un ultimo slancio di umanità: il Premio Nobel per la Pace lo devi proporre tu e lo devi volere per i ragazzi, vivi e morti, che vivono nella baraccopoli di San Ferdinando. Quello sì sarebbe un bel gesto di integrazione, molto più di tutto il lavoro che hai fatto a Riace. E allora, caro Mimmo, se vogliamo davvero cambiare il mondo facciamolo con l’impegno su tutto ciò che non va, perché altrimenti tutto ciò che faremo sarà semplicemente un pannicello caldo per la nostra sensibilità e la nostra coscienza. Candidati a Parlamentare, Presidente di Regione, batti un colpo, candidati a Sindaco di San Ferdinando e porta lì il Nobel per la pace. Perché Riace è già la patria dei Bronzi ed è facile dargli il Nobel, mentre San Ferdinando è la Patria dello sfruttamento, della vergogna e dell’ipocrisia di un Popolo intero. E se anche saremo su fronti opposti saremo comunque consapevoli di sposare entrambi  battaglie più grandi di Riace e del suo simbolico ripopolamento attraverso l’integrazione, perché, personalmente, comincio a stufarmi di dovermi sentire per forza sostenitore di una esperienza e non di un’intera Regione vessata, vilipesa e abbandonata dove sembra che l’unica cosa buona che esista sia il cosiddetto “Modello Riace” che oscura tutto il resto.

Con stima e affetto

Pietro Sergi

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