Mer. Apr 21st, 2021

A più di un anno dalla tragica morte di Giuseppe Amante, la verità sembra ancora lontana.
Un uomo, marito e padre, cittadino della Locride, morto a soli 66 anni a Reggio Calabria
dopo tre settimane di agonia.
La morte, causata da un’ischemia è avvenuta il 12 dicembre 2019 dopo un calvario durato
tre settimane, una tragedia che potrebbe essere stata causata dalla negligenza dei medici che
a Locri – secondo la famiglia – hanno trattato il caso con troppa superficialità. Giuseppe
Amante ha trascorso giorni interi in un letto d’ospedale senza ricevere le cure necessarie per
l’ischemia che lo aveva colpito, dopo giorni di diagnosi sbagliate è stato trasferito, quando
ormai era troppo tardi, all’ospedale di Reggio Calabria, dove sin dall’inizio c’era il reparto
munito degli strumenti necessari (Stroke Unit). Le ultime ore della sua vita le ha trascorse
in attesa di un’ambulanza che potesse trasferirlo da Locri a Reggio. Un’ambulanza chiamata
in codice giallo (che solo dopo si è trasformato in rosso), per questo il trasferimento avviene
dopo 6 ore di attesa. Qui tramite una risonanza magnetica viene fatta la giusta diagnosi, ma
dopo qualche ora Amante muore nel reparto di terapia intensiva, l’ischemia era ormai in fase
acuta.
Questa la posizione della famiglia di Giuseppe Amante che lotta da mesi per far emergere la
verità su un caso che, tuttavia, rischia di essere archiviato.
«Chiediamo Giustizia perché nella Locride non si può continuare a morire in questo modo,
il nostro diritto ad essere curati deve essere tutelato da chi di competenza. Continuamente
trattati come cittadini di serie Z, ogni tanto qualcuno vorrebbe darci l’illusione di averci fatto
un “regalo” quando in ospedale portano un nuovo strumento diagnostico, che poi con ogni
probabilità non funzionerà per anni e se funzionerà lo farà a fasi alterne perché mancano i
medici.
È il caso della nuovissima risonanza magnetica, inaugurata con tanto di pasticcini, settimane
fa a Locri, e mai messa in funzione nonostante le promesse dei vertici sanitari.
Parole e promesse che cadono completamente nel vuoto, e intanto si continua a morire di
malasanità. Se ci fosse stata prima a Locri, quella risonanza magnetica in funzione, avrebbe
potuto salvare la vita a nostro padre perché avrebbe permesso di effettuare la giusta
diagnosi. Una diagnosi che è stata tempestivamente fatta a Reggio dove c’è la Stroke Unit,
ma dove era arrivato ormai in fin di vita.
Oggi il dolore e la rabbia per una morte così assurda si fanno ancora più strazianti perché il
caso rischia di essere archiviato in sede penale. Ma noi ci batteremo, vogliamo tutta verità!
La Legge ci dice che non c’è responsabilità penale se non c’è la piena certezza che un
“diverso (o corretto)” comportamento da parte dei medici avrebbe potuto salvare la vita a
nostro padre. Oltre al danno la beffa!
Abbiamo la certezza, e lo dimostreremo, che con i giusti strumenti diagnostici e con
maggiore attenzione da parte dei medici, le cose sarebbero andate sicuramente in modo
diverso. Ma la cosa che ci preme evidenziare è che: se ci fosse stata anche solo una
piccolissima possibilità di vivere, a nostro padre doveva essere data e non negata a
prescindere!
Se i medici avessero davvero fatto di tutto per salvarlo, oggi il nostro dolore non sarebbe
accompagnato dalla rabbia, ma abbiamo vissuto in prima persona e visto con i nostri occhi
con quanta superficialità è stato trattato il caso di un uomo sofferente che è arrivato alla
morte dopo giorni di agonia passati in un letto d’ospedale. Che il caso sia stato trattato con
estrema superficialità dai medici dell’Ospedale di Locri non lo diciamo solo noi, ma lo
confermano i fatti. Lo confermano le azioni che hanno accompagnato i loro passi in quei
tragici giorni, fino all’ultimo momento. Per questo ci opporremo con tutte le nostre forze.

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