Dom. Apr 18th, 2021

Greci, bizantini, arabi, normanni e… uno sparviero, jerax in greco.

Secondo la leggenda avrebbe indicato agli abitanti dell’antica Locri Epizephyrii il luogo in cui rifondare la polis greca, posando i suoi artigli su un’altura a dieci chilometri di curve sopra il mare della costa ionica reggina al riparo dalle incursioni saracene. Da qui il nome Gerace.

Dopo averla visitata, e svariate volte perché è uno di quei posti che non mi stanco mai di vedere, ho immaginato una versione diversa della leggenda. Il rapace ha lasciato cadere sul promontorio che contempla malinconico il mare una perla rubata alla collana di una sirena regalando così al quel pezzo di terra prima dormiente la scoperta di un amore irrequieto come le onde del mare, e allo stesso tempo calmo e profondo come i suoi abissi.

Gerace è terra ma è anche mare, sposati da millenni e senza che l’una abbia mai tradito l’altro, due amanti che si guardano negli occhi senza mai stancarsi.

Non vi racconterò delle vicende storiche che l’hanno vista protagonista (per questo c’è Wikipedia), perché vi annoierei e non arrivereste alla fine del racconto. Andate a vederla quando, a Dio piacendo, questa pandemia avrà smesso di masticare e ridurre in un misero bolo destinato a vie occulte, la terra, perché Gerace è bravissima a raccontarsi da sola. La sua storia, la sua cultura e la sua arte si intravedono tra le pieghe delle sue antiche mura passeggiando per le sue vie, visitando le sue chiese e i suoi musei. E’ un libro aperto sul quale basta far scorrere il dito e leggere.

Vi parlerò invece delle emozioni che ogni volta mi invadono visitandola.

La mia bocca sorride assieme ai miei occhi quando mi affaccio dal punto panoramico ai piedi del castello normanno o dalla terrazza difronte alla Porta delle Bombarde ammirando carezzevoli tramonti; e qui puntualmente inspiro la poesia delle tinte calde del paesaggio che si mischiano come colori a olio sfumando leggermente l’una dentro l’altra; la serenità mi invade, e paradossalmente anche nei periodi in cui il borgo è più affollato, non appena mi siedo nella centrale Piazza del Tocco a gustare una buonissima granita e ad ascoltare l’ eco del calpestio di suole frettolose proveniente dalle cinque vie che sbucano sulla piazza stessa; la vivacità dei colori delle botteghe artigiane mi rallegra e mi eccita mentre il silenzio delle sue chiese mi dona pace. Di chiese Gerace ne ha davvero tante. Più di cento. Ma si contano sulle dita di una mano quelle visitabili. Le restanti distrutte dai terremoti che nel tempo l’hanno ferita o non agibili.

E poi c’è lei, la maestosa Basilica Concattedrale di Santa Maria Assunta, muta a guardare dall’ alto in basso i turisti che ne calpestano, a volte irriverenti, l’uscio, o che attraversano l’attigua Porta del Sole. Si mostra in tutta la sua bellezza interiore da subito e mi accoglie come una madre: le sue alte colonne le braccia, e le sue spesse mura il petto che assieme mi proteggono dal chiassoso blaterare del mondo.

Una volta superatane la soglia un coro di canti in latino mi conduce verso una sala dov’ è custodito un importante corpus di manoscritti, i Libri Corali, che rappresentano uno dei momenti più importanti dell’attività scrittoria geracese dei monaci calligrafi e miniatori; è un patrimonio conservato da secoli presso la Concattedrale e impiegato nelle celebrazioni in rito latino, che dopo un restauro decennale si può ammirare da dietro i vetri di una dozzina di teche.

Ogni volta che vado a Gerace poi sono attratta come da una calamita dalla su meravigliosa S. Francesco d’ Assisi, situata nella suggestiva Piazza delle Tre Chiese. E’ più forte di me, ci devo entrare! Austera, bella come un’elegante signora la cui raffinatezza sta nel mostrare poco, ma quel poco che mostra incanta. Parlo del suo altare seicentesco, sovrastato da un arco trionfale in stile barocco con intarsi in marmi policromi. Mi ci siedo difronte e sto lì a guardarlo senza rendermi conto del tempo che scorre. E’ l’unico testimone dello spoglio della chiesa gotica operato dai frati dell’attiguo convento che, temendo la confisca dei beni da parte dei francesi nel 1800, hanno purtroppo disperso le opere che la adornavano.

Percorrendo le sale dei musei, civico e diocesano, faccio un tuffo nella storia, tra opere d’arte, arazzi e paramenti sacri, quella storia che non vi racconto perché vale davvero la pena di essere scoperta e vissuta.

Fuori mi rapisce il fascino dei vicoli che alla sera si vestono di luce dorata tipica dei lampioncini che timidamente si accendono sul lastricato in pietra e che sono la scenografia naturale per baci rubati tra adolescenti innamorati, o per anziane signore che sulla porta di casa scambiano chiacchiere dando da mangiare ai gatti.

Ogni volta mi succede, ogni santa volta. Mi succede che all’ imbrunire il tocco dell’orologio mi suggerisce che è ora di andare ed io invece rimango lì, su una panchina che guarda alle luci della costa, seduta ad aspettare che qualcuno mi trascini via perché non ho voglia di lasciarla!

Borgo che rapisce. E anche florido e fecondo. E sì! Perché per chi non lo sapesse il suo clima e i terreni attorno si prestano alla coltivazione di una preziosa spezia che è lo zafferano, e qui di altissima qualità.

Questa è Gerace.

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