Ven. Mag 14th, 2021

Affianco a me sul sedile passeggero si avvicendano le ombre di pioppi, faggi, e pini a sorreggere il cielo azzurro che scorre sopra il tettuccio dell’auto. Curve sinuose e lussureggianti sono interrotte di tanto in tanto dal buio delle gallerie lungo la E846 che da Cosenza sale verso le vette della Sila Grande. Direzione San Giovanni in Fiore.

Sulla strada incontro le uscite per Celico, Spezzano della Sila, Fago del Soldato che sta a pochi chilometri dalla più grande località turistica di Camigliatello e dal lago Cecita; e poi Croce di Magara da cui raggiungere la stupefacente riserva dei Giganti della Sila con i suoi esemplari di pino laricio di 350 anni i cui tronchi raggiungono gli oltre quaranta metri.

All’ uscita per San Nicola Silano mi vengono in mente le parole di mio padre, ex dipendente delle Ferrovie della Calabria (un tempo Ferrovie Calabro Lucane) ora in pensione. Mi raccontava con la luce negli occhi di tutto quello che vedeva macinando chilometri su e giù per la regione come bigliettaio sui pullman.

-Vale, sai che sulla tratta ferroviaria Cosenza-Camigliatello-San Giovanni in Fiore si incontra la stazione di San Nicola-Silvana Mansio che è la più alta d’Italia? Sta a 1400 metri sul livello del mare. E sai che a Silvana Mansio fu girato in parte il film del 1949 “Il lupo della Sila” con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano?

E io rispondevo: – no! Con quel no secco e seccato tipico di un adolescente che si annoia ad ascoltare quello che i genitori hanno da dire! Per fortuna col tempo ho aggiustato il tiro e colmato le mie gravi lacune!

Oggi su quei vecchi binari che collegano Moccone a Silvana Mansio corrono vagoni d’epoca trainati dalla sbuffante locomotiva a vapore 353 del 1923 che termina il suo viaggio proprio su questo “tetto ferroviario” attrezzato con piattaforma girevole azionata a mano per la giratura della locomotiva a fine corsa. Portateci i bambini e tornerete bambini anche voi! Un viaggio suggestivo in mezzo ad un paesaggio incontaminato che vi farà fare ooooooooooh, soprattutto se innevato. Da qui poi siete ad un tiro di schioppo dalla bellissima Lorica e dal Lago Arvo.

Tornando ora sulla strada principale (sennò ci perdiamo), a Torre del Garga il cielo sembra quello d’ Irlanda della Mannoia “…un tappeto che corre veloce…, che ti copre di verde e ti annega di blu”. Paragone azzardato??? Per niente. Percorrete la strada e poi ne riparliamo!

Attraversando distese di alberi simili a pennelli che dipingono nuvole, arrivo dopo pochi minuti a destinazione, precisamente in un parcheggio sotto la Grande Abbazia Florense. A venti metri dall’auto sto già con i piedi sul lastricato del centro storico, proprio davanti all’ingresso della monumentale chiesa la cui nascita è legata alla straordinaria figura di Gioacchino da Fiore, il calavrese abate di spirito profetico dotato (Dante Alighieri, XII Canto del Paradiso). Fufatta edificare dai monaci dopo la sua morte nel 1202; i lavori iniziarono nel 1214 e terminarono nel 1234 seguendo le indicazioni lasciate dall’abate stesso che voleva un luogo adatto agli “spiriti contemplanti”. Perciò il suo altare è dedicato a San Giovanni Battista loro protettore e patrono della città.

I cerchi di sanpietrini rossastri disegnati sulla pavimentazione antistante il suo portale gotico mi ricordano la figura della Trinità, una delle tante del Liber Figurarum, il codice miniato che spiega meglio, nel periodo più buio dell’oscurantismo medievale, il pensiero teologico dell’abate grazie ad una moltitudine di variopinte illustrazioni.

La chiesa in stile romanico è semplice ma imponente. La navata unica è in pietra nuda priva di decorazioni e l’altare ligneo è in stile barocco. I tre rosoni dietro l’altare conferiscono alla navata una luce molto suggestiva come suggestivo è il silenzio che mi accoglie. Sento solo il rumore dei miei passi.

Alla destra dell’altare una scalinata porta alla criptadove si trovano l’urna con le spoglie di Gioacchino e una teca con la ricostruzione del suo corpo.

Alcune sale del complesso monastico ospitano il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti e il Museo Demologico dell’Economia, del Lavoro e della Storia Sociale Silana inaugurato nel 1984 e considerato uno dei musei etnografici più interessanti del Sud Italia.

Sono circa le 13.00, ora di pranzo, perciò mi aggiro indisturbata per le viuzze del centro storico. In un vicoletto quasi difronte all’Abbazia, in mezzo a fili di antenne e parabole invasori di un passato che non le vorrebbe di certo, si erge un altro simbolo di San Giovanni in fiore: l’arco normanno che dal 1200 fa da guardiano al tempo che inesorabile lo attraversa, unico superstite (si suppone) dell’antica cinta muraria che circondava la città.

Mentre scatto una foto sento rumore di tacchi riecheggiare per la via dell’Arco. E’ una coppia di sposini che ha scelto le ore più tranquille della giornata per posare difronte all’obiettivo della loro fotografa. I vicoli del centro elegantemente contornati dalle facciate di palazzi settecenteschi sono lo sfondo perfetto!

Mentre ammiro lui, che con attenzione tiene per mano la sua sposa e lo strascico dell’abito facendo attenzione che lei non scivoli, proseguo per la salita (per i due innamorati è ripida discesa in direzione opposta) sorridendo di quel tenero atto di galanteria soggetto ideale per una foto color seppia d’altri tempi. In cima ad alcuni gradini in pietra mi aspetta la chiesa matrice di Santa Maria delle Grazie, seconda, in ordine di costruzione e dimensioni, all’Abbazia. Austera la sua facciata con campanile su cui spicca però un elaborato portale decorato con leoni, putti e araldi. Al suo interno alcune pale e sculture lignee di notevole pregio ne abbelliscono le navate laterali.

Comincia a far freddino e mentre mi scaldo le mani col fiato noto una curiosa vetrina su un balconcino. Contiene un manichino con indosso tutta la raffinatezza delle trame tessili e orafe di S. Giovanni in Fiore. Eh sì! Perché da questo comune montano Calabrese la lavorazione di preziosi si è fatta conoscere al mondo come vera e propria Arte (con la A maiuscola). Purtroppo lo scorso gennaio ci ha lasciati il suo più illustre rappresentante, il Maestro orafo Giovanbattista Spadafora che, da uomo generoso quale era, ha fatto dono al patrimonio pubblico della sua collezione privata di ori antichi che davvero non ha eguali. “L’orafo dei Papi” era soprannominato, e non solo per le creazioni a loro destinate ma perché fu l’unico orafo al mondo ad aver incontrato per ben sei volte il Santo Padre Giovanni Paolo II.

La tradizione orafa florense, tra le più antiche d’ Italia, prosegue per fortuna grazie ai suoi figli che creano i loro gioielli traendo ispirazione dai disegni del Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore.

Per qualche minuto mi incanto difronte alla vetrina (sotto il balconcino) dell’alta oreficeria della famiglia e che mi attira non tanto per il luccichio dell’oro ma per la complessità delle lavorazioni. E’ una goccia di pioggia a riportarmi alla realtà: il cielo si è fatto grigio! Mentre penso che mi dovrò incamminare presto se non voglio incontrare maltempo al rientro, imbocco nuovamente la via che porta all’Abbazia e….

 – Buongiorno! Mi fa un tizio da dentro una bottega stracolma di una moltitudine variegata di oggetti: tegole dipinte a mano, vecchie fotografie, stampe antiche, disegni a matita, vasi, orologi a cucù, statuette sacre, vecchi bauli, cimeli vari e una cornice sul bancone che non incornicia null’altro che un posacenere pieno di mozziconi di sigaretta. Giacca militare, capelli non proprio corti, occhiali modello Ray-ban forse un po’ grandi per il suo viso asciutto ma utili a coprire qualche ruga. Insomma un hippy over 65 (ad occhio e croce) di altri tempi!

Si accorge subito che non sono del posto infatti mi fa: – Signorì, da dove venite?

Iniziamo a parlare. Mi racconta di quante ne ha viste a San Giovanni in Fiore, lui che vive lì da sempre.

-Signorì, qui quando nevica nevica! In passato ci sono state nevicate che hanno isolato il paese. La gente nelle ore “più calde” del giorno stava in piedi sui tetti a spalare neve e si aspettava anche l’arrivo degli elicotteri che lanciavano il cibo giù. Si entrava o usciva dalle case attraverso finestre o balconi del secondo o terzo piano o dai lucernai del sottotetto.

Capisco che ha voglia di parlare, allora gli domando cos’altro posso vedere a San Giovanni in Fiore. Mi accenna al monumento dedicato ai tanti minatori sangiovannesi morti nella disastrosa esplosione delle miniere di carbone di Monongah in Virginia Occidentale (la più tragica che l’America ricordi e che ha coinvolto tantissimi emigrati italiani, 43 solo di San Giovanni) e al “Cippo della Stragola”, che ricorda la catturata dei Fratelli Bandiera avvenuta proprio in questa località del comune silano.

La pioggia aumenta perciò non farò in tempo a vederli. La nuvola di fumo della sua sigaretta mi fa pensare alla nebbia che potrei incontrare se non mi sbrigo a tornar giù e l’ansia che mi assale pensando alla coltre biancastra davanti al muso dell’auto mi mette fretta. Prima di salutarlo scatto un’ultima foto alla targa fuori dalla sua bottega: “Svendo tutto per esaurimento pazienza e mi faccio monaco”. Sorrido pensando a quanti di noi vorrebbero farlo.

Prendo la macchina. Dieci minuti neanche e….Noooo, la nebbia nooooo!

Così, mentre penso che a San Giovanni in Fiore ci tornerò (ma d’estate), costringo la mia pazienza, per ora, a stringersi a me sul sedile lato guida!

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