Lun. Apr 15th, 2024

Il segretario di federazione del Pd di Crotone, Leo Barberio, chiede le dimissioni della giunta di Petilia Policastro per l’iniziativa di esprimere vicinanza alla famiglia di Rosario Curcio. Il sindaco si giustifica

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“La provincia di Crotone non merita amministratori che gettano discredito sull’intera Regione”. 

È quanto sostiene il segretario di federazione del Pd di Crotone Leo Barberio, in relazione all’iniziativa dell’amministrazione comunale di Petilia Policastro (Crotone) di esprimere vicinanza alla famiglia di Rosario Curcio, uno degli assassini di Lea Garofalo, morto suicida in carcere il 29 giugno. Il sindaco si giustifica: “Opinabile, ma facciamo manifesti funebri per tutti. Sarebbe stata una discriminazione non farlo”.

Nel Crotonese è bufera sul manifesto funebre del Comune per il killer di Lea Garofalo

 “Apprendo dalla stampa – prosegue Barberio – che il sindaco con l’amministrazione comunale di Petilia Policastro ha, con un manifesto funebre, espresso vicinanza e dolore per la scomparsa di un soggetto già condannato per efferati crimini commessi in passato che hanno recato sdegno nell’intera comunità nazionale. A nome di tutta la comunità Democratica Crotonese e Calabrese chiedo le immediate dimissioni del sindaco e della giunta comunale“.

La vicenda del manifesto e le giustificazioni del sindaco

 Un manifesto di vicinanza al dolore della famiglia per la morte di Rosario Curcio, uno degli assassini di Lea Garofalo, che si è suicidato in carcere nei giorni scorsi. E’ quello che ha fatto l’Amministrazione comunale di Petilia Policastro in occasione dei funerali di Curcio che si sono svolti lo scorso 11 luglio a Camellino, frazione di Petilia nella quale risiedeva.

Rosario Curcio, condannato nel 2014 all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio di Lea Garofalo, è morto lo scorso 29 giugno al Policlinico di Milano dove era stato ricoverato dopo il tentativo di suicidio all’interno del carcere di Opera (Milano). L’uomo, 46 anni, originario di Petilia Policastro, lasciato dalla sua compagna, si era impiccato nella sua stanza. A soccorrerlo i compagni di cella e il personale dell’istituto di pena, ma Curcio è deceduto all’ospedale dove era stato portato d’urgenza tre giorni dopo. 

In occasione del funerale, tra i tanti manifesti di vicinanza, è apparso anche quello del comune di Petilia Policastro.

“Il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale partecipano al dolore che ha colpito la famiglia Curcio per la perdita del caro congiunto”, è la frase riportata sul manifesto del Comune che nel processo per la morte di Lea Garofalo è stato parte civile.

La stessa amministrazione in carica negli ultimi mesi aveva anche svolto una serie di iniziative per la legalità nel nome di Lea Garofalo. Il sindaco Simone Saporito, però, giustifica l’iniziativa: “Da quando è scoppiata la pandemia, come Amministrazione comunale abbiamo fatto un accordo con le agenzie di pompe funebri per fare i manifesti di vicinanza per tutti i funerali che si celebrano in città. L’opportunità di fare il manifesto è in effetti opinabile, ma noi abbiamo fatto il manifesto a tutti. Perché a lui no? Davanti alla morte si è tutti uguali. Sarebbe stata una discriminazione al contrario non farlo”.

 

L’omicidio di mafia di Lea Garofalo

 Lea Garofalo, testimone di giustizia, fu uccisa il 24 novembre 2009 dall’ex compagno Carlo Cosco, anche lui condannato all’ergastolo. Fu fatta a pezzi e bruciata nel tentativo di cancellare le tracce del corpo, perché aveva deciso di collaborare ed era entrata nel programma testimoni nel 2002.

Le sue dichiarazioni, però, non furono ritenute del tutto attendibile. Fu prima estromessa dal programma, poi riammessa dopo aver presentato ricorso al Tar. Nonostante questo, nel 2009, decise di lasciare il programma di protezione. Nel novembre del 2009 le fu tesa una trappola: il suo ormai ex compagno Cosco la attirò a Milano, dicendole di doverle parlare del futuro della loro figlia, Denise.

Invece Lea Garofalo, la sera del 24 novembre, sparì nel nulla, di lei nessuna traccia. La donna, dopo essere stata rapita, fu portata a Monza, dove venne torturata e uccisa. Per cancellare qualsiasi traccia, il suo corpo venne distrutto.

Per la sua morte, nel 2012, sono stati condannati in 6. Oltre all’ex compagno Cosco, il fratello Vito Cosco, Giuseppe Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise. È per alcune dichiarazioni spontanee rese da Venturino che, tempo dopo, è stato possibile ritrovare i resti di Lea Garofalo.

Secondo la tesi della difesa, la donna sarebbe fuggita in Australia, a dimostrare che non era così, gli oltre duemila frammenti ossei ritrovati dagli inquirenti in un terreno a Monza.

tgcom

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