Ven. Feb 23rd, 2024

In Calabria, nel 2021 è stato registrato un saldo negativo rilevante della mobilità sanitaria regionale, pari a 252,4 milioni. E’ quanto emerge dai risultati del monitoraggio attuato dalla fondazione Gimbe. Nel dettaglio la Regione ha introitato circa 36.913.856 di euro di crediti per pazienti non calabresi finendo in 18ma posizione a livello nazionale e sborsando 289.326.061 per i corregionali che si sono recati fuori per potersi curare, colloca in questa circostanza in 4a posizione nella classifica italiana. Dal monitoraggio Gimbe si evince che il 76,9%, pari a oltre i tre quarti del totale del saldo passivo si concentra in 6 Regioni: Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo. “Il volume dell’erogazione di ricoveri e prestazioni specialistiche da parte di strutture private – è scritto in una nota della Fondazione – è un indicatore della presenza e della capacità attrattiva del privato accreditato. La Regione si colloca in 12a posizione con le strutture private che erogano il 38,7% del valore totale della mobilità sanitaria attiva regionale (media Italia 54,7%)”.

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E l’autonomia differenziata, sottolinea ancora Gimbe, “rischia di ampliare il gap tra Nord e Sud sulla sanità”. Nel giorno dell’avvio della discussione in Aula al Senato sul ddl Calderoli, la Fondazione Gimbe ribadisce infatti la richiesta che la tutela della salute “venga espunta dalle materie su cui le Regioni possono chiedere maggiori autonomie”. Se ciò non avverrà, sottolinea il presidente della Fondazione Nino Cartabellotta, “in sanità si legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute”. L’occasione per lanciare un nuovo allarme è stato il rapporto 2021 della stessa Fondazione sulla mobilità sanitaria, ossia della fuga di molti italiani per curarsi da Sud a Nord. Un fenomeno che conferma il divario tra i servizi sanitari di meridione e settentrione, e che vale ben 4,25 miliardi di euro, il 27% in più del 2020. Anno, quest’ultimo, peraltro influenzato dall’emergenza pandemica Covid-19 che “ha determinato una netta riduzione degli spostamenti delle persone e dell’offerta di prestazioni ospedaliere e ambulatoriali”. Dalla fotografia della migrazione sanitaria nel 2021 emerge che Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto raccolgono il 93,3% del saldo attivo, cioè l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, mentre il 76,9% del saldo passivo (la ‘migrazione’ dei pazienti dalla regione di residenza) si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo Ecco perché la Fondazione ribadisce la richiesta di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché, se così non fosse, la conseguenza sarebbe la legittimazione normativa della “frattura strutturale” Nord-Sud, che compromette l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, aumenta la dipendenza delle Regioni meridionali dalla sanità del Nord e assesta il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale”.

giornaledicalabria.it

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