Il danno e la beffa per i “dimenticati” della Campanella

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Nessuna opportunità di ricollocazione per i dipendenti amministrativi della Fondazione. Per loro soltanto promesse e inutili tavoli tecnici. «Oliverio ci ignora. E la politica dimentica i nostri sacrifici per il centro oncologico. Non chiediamo favori ma solo le stesse opportunità offerte ad altri»

Nella sanità calabrese che monopolizza il dibattito politico c’è una storia finita in soffitta. Una storia di cui non parla più nessuno. Riguarda gli amministrativi della fu Fondazione Campanella: un gruppo di lavoratori per i quali nessun governatore vuole incatenarsi. Peggio: Oliverio non è neppure disposto a riceverli.
Sono le ultime vittime dell’eutanasia di un centro oncologico che, da speranza per il futuro della regione, è diventato un peso di cui disfarsi prima possibile. Un peso spaventoso, fino a qualche tempo fa: la Fondazione chiedeva per la Regione la condanna al pagamento di 174 milioni di euro, «in base alle obbligazioni assunte dall’ente con l’atto di costituzione e in forza dello Statuto della Fondazione». E in primo grado l’amministrazione era stata condannata al pagamento di 80 milioni di euro. La Corte d’Appello, però, ha ribaltato il verdetto: è la Fondazione a dover restituire 8 milioni di euro. Ma questi sono i dati macroscopici della questione.
Quello che la politica, forse, considera solo un corollario è un aspetto che riguarda le vite di pochi. Per capire di cosa si tratta bisogna ricostruire la storia del personale del centro oncologico. Si è detto molto sui dipendenti della Fondazione: selezionati dalla politica, raccomandati, scarsi.
«Ma evidentemente – ci racconta un gruppo di amministrativi – il personale non era né scarso né raccomandato, visto che circa 260 lavoratori sono stati ricollocati in seguito al superamento di procedure selettive pubbliche». Nella fase storica dello sblocco del turnover molti hanno trovato posto nelle Aziende del sistema sanitario regionale, altri hanno scelto di abbandonare la Calabria. A un gruppo di dipendenti – non arrivano neanche a dieci – non è stata concessa, invece, alcuna possibilità per rientrare nel circuito del mondo del lavoro. «Qualcuno si è mai posto realmente il problema della fine che avremmo fatto dopo aver comunque svolto per 10 anni una professione con dedizione, formazione e sacrificio? Qualcuno ricorda i nostri sacrifici portati alle estreme conseguenze, visto che gli ultimi anni di lavoro li abbiamo trascorsi senza vedere un centesimo?».
Nel corso degli anni – e degli ultimi mesi – non sono mancate le promesse pubbliche della politica, i tavoli tecnici, gli incontri. Tutte strade che non hanno trovato alcuno sbocco. «Tra i faccia a faccia istituzionali – spiegano i lavoratori – ricordiamo quelli con Franco Pacenza (il consulente delegato del governatore Mario Oliverio per la sanità, ndr): è stato pronto all’ascolto ma le sue promesse non si sono mai trasformate in fatti concreti. Così, mentre per altri enti regionali si studiano letti per tutelare i lavoratori a rischio, per noi questo è stato impossibile».
In questo clima, è inevitabile che la sentenza della Corte d’appello che ha cancellato il credito di 80 milioni da versare da parte della Regione sia stata vissuta come l’ennesima mazzata. Arrivata, tra l’altro, il giorno prima dell’incontro tra il governatore Oliverio e la ministra Beatrice Lorenzin che per il presidente della giunta regionale era uno snodo fondamentale per sovvertire gli equilibri nella gestione della sanità (intenzione sovvertita dalle dure valutazioni della ministra sulla gestione del dipartimento Tutela della salute e delle Aziende sanitarie e ospedaliere). L’augurio degli ex dipendenti è che il commissario liquidatore della Fondazione ricorra in Cassazione. Ci si attacca a tutto, nella speranza di intravedere una via d’uscita. Perché si avvicina un altro Natale al verde e un nuovo anno senza prospettive. Con l’aggiunta di un paradosso economico: nel corso della procedura di “chiusura” della Fondazione, i consulenti del commissario liquidatore sono stati retribuiti, i dipendenti che avevano chiesto di essere pagati in prededuzione no. E dire che aveva fatto richiesta anche chi, durante la liquidazione, aveva continuato a prestare servizio per chiudere i conti. Questo è un paradosso tecnico, ma ce n’è anche un politico: «In Calabria abbiamo un presidente di sinistra, che dovrebbe essere vicino alle classi più deboli; lo ha sempre ribadito, eppure nei nostro confronti è sordo a qualunque richiesta di incontro, formale e informale. Non siamo ladri, né tantomeno assassini. Non siamo delinquenti e quindi non riteniamo corretto che ci si eviti come la peste; chiediamo solo che qualcuno ci ascolti. Non chiediamo trattamenti di favore, ma soltanto un’opportunità». (ppp)

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