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«NEL CAS SI STAVA TROPPO A LUNGO» SUL MODELLO RIACE PARLANO I TESTI

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La difesa tira in ballo una circolare ministeriale

«La principale criticità emersa nel Cas di Riace è la permanenza dei migranti oltre il termine previsto dalla vigente normativa». È quanto ha dichiarato, in sintesi, Maria Grazia Surace, funzionaria della Prefettura di Reggio Calabria, nel corso dell’esame reso davanti al Tribunale di Locri nel processo “Xenia”, dove è imputato Domenico Lucano con altre 25 persone, accusate, a vario titolo, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa e abuso d’ufficio sulla gestione dei progetti di accoglienza agli immigrati.

Il progetto Cas riguarda la prima accoglienza degli immigrati giunti in Italia che proponevano richiesta di asilo per diverse ragioni e potevano rimanere nei centri di accoglienza, dove erano stati inviati dalla Prefettura in accordo con le amministrazioni locali, fino all’accoglimento dell’istanza e fino alla decisione d’appello, mentre dovevano uscire dal progetto se veniva definitivamente negato l’asilo o il permesso di soggiorno. Sarebbero dovuti uscire dal Cas per entrare in quello che era il secondo livello, ovvero i progetti Sprar. Ma dalla testimonianza resa dalla funzionaria della Prefettura reggina è risultato che i migranti nel Cas rimanevano più a lungo del previsto e che non c’erano posti liberi per eventualmente farli entrare nel progetto Sprar. Anche questo ultimo progetto era “saturo” nonostante i tempi di permanenza fossero più rigidi, in quanto prevedevano un massimo di un anno (6 mesi più altri 6), salvo determinate casistiche.

a funzionaria, su domande della Procura, ha riferito di aver rilevato un esubero di presenze nel Cas di 37 persone per le quali è stata decurtata la somma relativa ai rimborsi, aggiungendo che Mimmo Lucano ha rappresentato delle richieste di proroga girate al Ministero dell’Interno che non ha risposto.

In sede di controesame la difesa Lucano, composta dagli avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua, ha rilevato l’esistenza di una circolare del febbraio del 2015 che riteneva legittima la permanenza nel Cas dei soggetti aventi diritto che non transitavano nello Sprar per mancanza di posti.

Altro testimone sentito ieri dinnanzi al collegio presieduto dal giudice Fulvio Accurso è stato il dirigente dell’ufficio contratti della Prefettura reggina, Salvatore Gullì, che ha ricostruito gli esiti di un’ispezione sollecitata da Lucano al prefetto a seguito della visita dei funzionari dell’Ufficio Centrale dello Sprar. Il teste ha ricostruito una serie di criticità che, a suo avviso, sono emerse nel corso dei controlli ed ha riferito di aver proceduto ad una richiesta ad un dirigente del Commissariato di Polizia di Siderno al fine di verificare la presenza di un’eventuale “parentopoli” nelle assunzioni del progetto Sprar. La successiva verifica, trasmessa via email al dottore Gullì, ed emersa per la prima volta nell’udienza di ieri, ha accertato che effettivamente alcuni dipendenti delle associazioni presenti a Riace erano prossimi congiunti con alcuni amministratori locali. La difesa ha rilevato che il numero era alquanto contenuto.

Anche nel progetto Sprar, secondo il teste, ci sarebbero stati dei migranti che non potevano stare, con conseguente segnalazione alla Corte dei Conti. Il dirigente ha aggiunto che alcuni degli addetti allo Sprar di Riace gli hanno riferito che degli immigrati rifiutavano di andare via.

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