Ven. Mag 14th, 2021

di SANTO STRATI – Quante sono le costruzioni rurali abbandonate in Calabria? Resti di archeologia agricolo-industriale, spesso testimonianza di vite consumate sui campi, reperti storici lasciati al degrado del tempo, senza alcun rispetto per il mantenimento delle tradizioni contadine che pur appartengono, a pieno titolo, alla storia di questa Terra. Perché non recuperarli, ristrutturarli e sviluppare intorno realtà di turismo agricolo-ambientale o percorsi di riscoperta di valori identitari delle campagne? L’idea sembra eccellente ed è venuta al consigliere regionale Marcello Anastasi (Io resto in Calabria) che, da docente di storia dell’arte, rivela una particolare sensibilità nei confronti della valorizzazione artistica di ogni aspetto di vita calabrese, tra archeologia, arte e società. Anastasi ha incrociato in Consiglio regionale l’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo e gliene ha parlato di getto: perché – ha detto – non «trasformare quello che la natura e la storia di questa terra ci ha consegnato in opportunità di sviluppo in chiave produttiva ed economica nel rispetto dell’identità e delle tradizioni? In quest’ottica si pone l’idea di prevedere misure specifiche per finanziare la ristrutturazione e la valorizzazione degli edifici rurali e di interesse storico nell’ambito di una rete che possa sviluppare un nuovo turismo consapevole con il rilancio delle campagne e delle coltivazioni legate alle antiche tradizioni identitarie ancora forti e salde in Calabria».

Non esiste, a quanto sembra, un censimento delle costruzioni rurali, degli edifici adibiti alla trasformazione industriale dei prodotti della terra, abbandonati per le più svariate ragioni, eppure ancora ricchi di suggestione: basta farsi un giro per le campagne della Piana, per esempio, e scoprire manufatti cadenti che, però, mantengono una propria dignità edificativa, rivelando spesso tracce di vita passata di contadini, braccianti e operai. Ciminiere e opifici (per esempio l’ex fabbrica Gaslini di olio nell’area di Gioia Tauro) ma anche centinaia di case rurali di grandi dimensioni che il tempo inesorabilmente ha mandato in rovina.

Il recupero è sicuramente possibile, considerando che un’operazione di questo genere si traduce ovviamente in molte opportunità di lavoro per i nostri giovani: c’è preliminarmente da censire i manufatti, fare rilievi fotografici e topografici, quindi elaborare progetti di recupero e restauro e successivamente ristrutturare materialmente i manufatti, studiando, caso per caso, soluzioni per uno sfruttamento museale o agroturistico del bene recuperato.

«È un’iniziativa – dice Anastasi – che deve inserire il tema della valorizzazione identitaria dentro un progetto di fruttuose partnership tra Comuni, proprietari degli immobili coinvolti e rete dell’ospitalità (alberghi, agriturismi, ristoranti), per dare vita ad un circolo virtuoso. Un progetto che, oltre a far riemergere e promuovere le ricchezze che il nostro territorio vanta, abbia positive ricadute economiche e generi ricchezza per la nostra Calabria».

Com’è maturata quest’idea? «È nata – dice Anastasi – su impulso di tanti, soprattutto giovani, che – forti della ricchezza degli insediamenti archeologici e della bellezza della natura della nostra terra – progettano un futuro di ritorno all’agricoltura in chiave innovativa ma nel rispetto della tradizione. La Calabria ha una tradizione rurale. La campagna rappresenta la memoria storica dell’ossatura economica della regione, come testimoniano gli innumerevoli immobili disseminati sul territorio. Ovunque, nelle nostre campagne, sono presenti vecchi frantoi, mulini, palmenti, opifici in genere, a ricordare il passato lavorativo che caratterizzava la nostra regione. La campagna e gli antichi mestieri ad essa legati sono la nostra storia e la nostra storia è indissolubilmente intrecciata alla terra e ai suoi prodotti».

L’assessore Gallo, che si è, fino ad oggi, particolarmente distinto per un instancabile impegno dedicato alle politiche agricole e allo sviluppo agroalimentare, ha mostrato un notevole interesse per la proposta di Anastasi.  Sta valutando seriamente l’idea di associare la valorizzazione della tradizione rurale con opportunità di crescita e prospettive di occupazione per i giovani ed è probabile che molto presto riesca a tradurre la proposta in progetto esecutivo, con i relativi finanziamento, anche di origine europea,  che offrirebbero l’incentivo necessario sia per i Comuni che per i singoli proprietari dei beni, che ricadono quasi tutti in proprietà private.

Il ritorno alla terra è una realtà cui stiamo assistendo da diversi anni, ma la campagna non è più soltanto sudore e polvere e scarsi guadagni, ma ha allargato il campo dell’attenzione verso il green e la sostenibilità includendo sia discorsi turistico-gastronomico-ambientali sia applicazione delle nuove tecnologie nei sistemi di raccolta e produzione agricola. I giovani sono sempre più attratti dalla campagna: questa opportunità di recupero dei ruderi rurali rappresenterebbe un’ulteriore spinta e occasione per mettere a profitto competenze e capacità. Ci sono moltissimi laureati di architettura della facoltà reggina che non trovano lavoro nella regione e sono costretti ad andare via, ci sono centinaia di giovani ingegneri informatici, tecnici, geometri (e tante altre competenze) che potrebbero venire impiegati a tempo pieno e per lungo tempo, perché di sicuro non mancano i ruderi su cui lavorare nell’ambito di un progetto di recupero e restauro conservativo dei beni rurali in disuso sparsi in tutta la Calabria.

«Questi edifici storici – puntualizza Anastasi –,  molti dei quali oggi dimenticati ed abbandonati, sia per incuria che per mancanza di risorse economiche dei proprietari, rappresentano tanto la storia quanto il futuro, se solo si riuscisse a recuperarli e ristrutturarli, magari rimettendoli in funzione, ed ove possibile, adeguandoli alle nuove misure europee. Senza contare che nelle campagne ci sono diversi contadini centenari disponibilissimi a raccontare la storia della loro terra e lasciare una testimonianza straordinariamente vitale di un mondo che non c’è più, ma che non va dimenticato». (s)

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