Mar. Giu 22nd, 2021

ll quotidiano The Guardian ha nei giorni scorsi pubblicato il bilancio da ricavi record di Amazon, notizia rimpallata su tutti i media nazionale e internazionali perché a fronte dei ben 44 miliardi di euro registrati, nessuna imposta o tassa è stata pagata dal colosso dell’e-commerce. Mentre la crisi generata dalla pandemia ha colpito il nostro Paese in maniera pesante con perdite in ogni settore da situazione post bellica, mentre le piccole e medie imprese affannano rischiando il fallimento in attesa di una ripartenza che tarda ad arrivare, c’è chi grazie proprio lockdown, a seguito del boom delle vendite on-line, ha registrato 12 miliardi in più rispetto all’anno precedente una maggiorazione di quasi il 30%. Un volume di affari su cui non è stato versato alcunché a titolo di “corporate tax”, ossia di imposte sui profitti societari conseguiti nelle varie succursali, compresa quella italiana. Infatti, la società ha trasferito i profitti, realizzati nei vari paesi europei, presso la propria sede legale situata in Lussemburgo che è un paradiso fiscale e, avendo dichiarato considerevoli perdite (1,2 miliardi di euro), ha ottenuto il riconoscimento di un ingente credito d’imposta (pari a 56 milioni di euro) che potrà utilizzare in futuro, compensando i debiti derivanti dai profitti che sta realizzando nell’anno 2021 e che realizzerà nel corso degli anni successivi. Nulla di illegale ma semplicemente uno stratagemma fiscale che sfrutta buchi e falle nel sistema legislativo europeo, su cui più volte si è sollevata la questione. Infatti non solo Amazon ma le principali società Big Tech come: Facebook, Google, Apple, Microsoft e Netflix, negli ultimi 10 anni hanno eluso circa 10 miliardi di dollari. Una situazione paradossale soprattutto in un Paese come il nostro dove il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale è attuato nei confronti dei cittadini (pure per quelli non residenti in Italia, seppur solo per la parte di reddito prodotta nel nostro Stato) dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate, in modo assai rigido, mediante un’azione di controllo e di accertamento basata sull’utilizzo di metodi talvolta aggressivi: dalle indagini bancarie, effettuate sui conti correnti e postali dei cittadini per rintracciare versamenti e prelevamenti di contanti; al “tovagliometro”, utilizzato per determinare ricavi in nero dei ristoratori; al “redditometro”, con cui si calcola il reddito delle persone sulla base delle spese sostenute. Una lotta all’evasione che va politicamente sostenuta ma ha senza dubbio dell’incredibile che una società italiana che si occupi, ad esempio, di vendita al dettaglio debba sostenere le spese legate all’immobile, in cui svolge la propria attività, i costi per i propri dipendenti e sia assoggettato al pagamento dell’Ires, dell’Iva, dell’Irap, ecc., mentre, una società come Amazon, operante su internet, oltre a risparmiare vari costi, in virtù della natura telematica del lavoro, riesca a lavorare completamente esentasse. Tale situazione necessita da parte della politica sia a livello europeo sia internazionale una presa di posizione chiara, per garantire il rispetto del principio dell’eguaglianza tributaria e per trovare un’unica soluzione. Come ad esempio l’introduzione di una “digital tax”, ossia di una nuova imposta avente ad oggetto la tassazione delle attività svolte online, da versare al di là dell’ubicazione della sede legale della società nel Paese in cui avviene la vendita. È necessario intervenire nell’immediato in materia di fiscalità e contro le frodi per tutelare l’Italia e tutti i Paesi europei dai colossi di oltre oceano che navigano nel web e sfruttano normative fiscali, alquanto discutibili, di alcuni Stati. Una concorrenza sleale che danneggia e mortifica ancora di più le piccole e medie imprese che soprattutto in Italia, e nelle regioni del Meridione ancora di più, rappresentano l’ossatura del sistema economico- sociale che mai come in questo periodo va tutelato e sostenuto.

ORLANDINO GRECO

SEGRETARIO FEDERALE ITALIA DEL MERIDIONE

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