Mer. Gen 20th, 2021

Del trascorso industriale siderurgico-minerario della vallata dello Stilaro, nel corso dei decenni, sono stati versati fiumi d’inchiostro per far emergere dall’oblio, raccontare e documentare la storia e le testimonianze materiali della prima industrializzazione meridionale.

Molti sono i resti delle antiche industrie presenti nel territorio Stilaro-Serre Calabre che, si può definire, “la culla” della prima industrializzazione italiana.

A queste testimonianze fisiche, si affiancano documenti d’archivio che ci raccontano l’operosità delle genti della vallata dello Stilaro, e sottolineano il duro lavoro nelle ferriere, nelle fonderie e nelle miniere.

Da poco ad arricchire la documentazione concernente le attività siderurgiche e minerarie e a farci “vedere” le varie fasi del lavoro, della vallata, si aggiungono, alcuni dipinti di scuola fiamminga risalenti agli albori del sec. XVII.

Si tratta di alcune tele che raffigurano paesaggi, “inquadrati” da varie angolazioni, che mostrano, con dovizia di particolari, ambienti minerari e siderurgici, inseriti nelle montagne calcaree che sovrastano il paese di Pazzano in Calabria, che in passato fu il centro minerario per eccellenza dell’intero Meridione d’Italia.

Due i pittori: i fratelli Lucas e Martin Valckenborch.

I due, appartenevano ad una famiglia di pittori, seguaci del Belga Joachim Patinir, famoso caposcuola del paesaggio fiammingo e risentono fortemente l’impostazione pittorica e  lo stile del maestro, che arricchiva i suoi quadri con precisi particolari: rupi, boschi, valli, corsi d’acqua navigabili anche se non lo erano, uccelli, cervi, villaggi, castelli fantasiosi, ecc.  Finzioni, miste a realtà dicevano i suoi contemporanei.

Il Patinir e i suoi seguaci hanno fortemente influenzato la scuola paesistica fiamminga, introducendo nella rappresentazione dei paesaggi che venivano contestualizzati in un ampio e profondo panorama, velato da leggere sfumature, avvolto da foschia, con una ripresa quasi cinematografica, da un punto di vista alto, quasi a volo d’uccello.

Tra i tanti artisti fiamminghi, solo pochi si “preoccuparono” di inserire scene legate agli ambienti siderurgici e minerari, tra questi, i più prolifici furono appunto i Valckenborch, che arrivarono ad inserirli anche in alcuni loro dipinti che raffiguravano la torre di Babele.

Non ci è dato sapere con certezza, se i due fratelli siano scesi effettivamente in Calabria.

Si può solamente ipotizzare che essi, se scesi in Calabria, lo abbiano fatto grazie a quelle maestranze Belghe che lavoravano nell’ industria Calabrese della vallata dello Stilaro, che li avranno messi a conoscenza delle attività che essi svolgevano, della bellezza dell’aspro paesaggio montano e della dolcezza di quello collinare della vallata della fiumara Stilaro. Un forte contrasto che avrà incuriosito i due artisti.

I Valckenborch, una volta arrivati nella vallata dello Stilaro, affascinati dalla natura aspra e selvaggia, resa viva dal “caos ordinato” delle attività siderurgiche e minerarie, avranno realizzato loro stessi più schizzi, poi sviluppati in dipinti nei loro atelier in Belgio.

Realizzarono più di un dipinto, datandoli in anni diversi, avendo l’accortezza di cambiare “inquadratura”, per aumentare la produzione, ed immortalare, in un contesto montuoso, già interessante per la morfologia delle rupi (le dolomiti di Calabria), un qualcosa di estremamente “moderno” per allora. Per tramandare la pesante azione dell’industria che prepotentemente andava a modificare un ambiente incontaminato, trasformando un mondo bucolico in un “nuovo industriale”. Inconsapevoli, forse, di realizzare un “manifesto” del nuovo che avanza e si radica fortemente nel paesaggio e nella società calabrese.

Anche i due Valckenborch, come il maestro, curavano molto l’ambientazione, aggiungendo variazioni sul tema, portandole ai limiti del reale e a volte inventando situazioni e particolari per rendere più interessante la scena.

 

Tra i molti dipinti di questi, dedicati a paesaggi industriali, almeno cinque destano un particolare interesse per le forti somiglianze che hanno con paesaggi della vallata dello Stilaro.

I dipinti, sembrano rappresentare da varie angolature la bassa valle dello Stilaro e il passo che da Pazzano porta a Stilo. Proprio quell’area, dove ora sorge il museo della cultura mineraria, il piazzale delle miniere, oramai trasformato in campo di calcetto e le scoscese rupi dei monti Stella e Consolino, che furono per millenni i più importanti giacimenti minerari di limonite del Sud Italia.

In quel sito, era presente una fonderia, attiva dal XIII sec. d.C., sino alla fine del XVIII sec. ubicata nelle vicinanze delle numerose miniere ancora oggi visibili.

Con il ritrovamento dei dipinti, copie digitalizzate (Banca dati Rijksbureau voor Kunsthistorische Documentatie) e gli originali, in collezioni private e musei europei, si colma una mancanza, e  si prende conoscenza visiva di quanto riportato dai documenti e dai pochi riscontri archeologici. Finalmente, attraverso le opere dei due fiamminghi, si ha visione di come doveva essere il “sistema fabbrica”, costituito dalle risorse minerarie, idriche e geomorfologiche operante a Pazzano nel XVI-XVII sec.

Martin, ne ha realizzati diversi, tra questi, quello denominato “La montagna del ferro” che, secondo me, rappresenta la gola di Pazzano con vista verso il mare, anche se alcuni collocano il paesaggio, raffigurato, in un’area sita nei pressi di Hug, in Belgio, che però manca di una contestualizzazione montuosa simile a quella del dipinto.

 

Sulla sinistra del dipinto, si notano le falde del monte Consolino, poste sopra la gola, nelle quali è stata realizzata la strada che conduce a Stilo.

Lo sperone di roccia è quello che sovrasta la strada dove ora è stata realizzata la tettoia per la protezione della caduta massi. In basso a sinistra, il dipinto documenta la presenza della “regia fornace” attiva sino al 1760 circa, area oggi occupata dal museo della “Cultura Mineraria”, alle sue spalle più in alto una fornace di raffinazione della ghisa.

Nel centro, un ponticello che attraversa un corso d’acqua, ora incanalato in una condotta sotterranea. Sullo sfondo la fiumara Stilaro, resa dall’artista navigabile. Sulla destra, scene del lavoro estrattivo e di vita quotidiana.

In alto sempre a destra, la strada provinciale che conduce, attraverso “u tripu da cona”, a Stignano e lo sperone ancora oggi presente. Sulle alture del monte si intravede un castello e dietro gli speroni rocciosi l’abitato di Stilo.

Il secondo dipinto, sempre contestualizzato della stessa area, con una “ripresa più dall’alto”, si sofferma, a raccontare, più in dettaglio, come in un documentario le varie fasi di lavorazione siderurgico-mineraria. Questo, di per sé lo rende interessantissimo perché ci fa conoscere la tipologia dei forni fusori utilizzati all’epoca.

 

Sulla destra, in basso, si nota la fase di estrazione del minerale dalle miniere, riportato in superficie grazie all’utilizzo di una carrucola, e si legge anche la data della realizzazione del dipinto e la sigla dell’autore ( M.W. – Martin Valchenborch- Fecit 1611 età 67).

In basso a sinistra vi è il grande altoforno a “manica”, con un addetto che carica il minerale dall’alto e altri alla base che aprono la colata di ghisa (il minerale portato ad un’alta temperatura veniva trasformato in ghisa che fuoriusciva dal basso del forno fusore che una volta solidificata in forme o “pani” veniva mandata alle ferriere poste nelle vicinanze). Alle spalle dell’altoforno, i forni alla Catalana, un maglio, le condotte dell’acqua con le ruote idrauliche e le fucine deputate alla trasformazione della ghisa in ferro e/o alla produzione esse stessa del ferro e alla realizzazione di manufatti.

Sulle pendici del monte, a sinistra, si notano operai addetti alle miniere e ancora più in alto, sul vertice del monte, il castello di Stilo?. Al centro, “l’invenzione” del fiume navigabile, al posto della fiumara Stilaro, e ancora sulla destra scene di vita quotidiana.

Altri due dipinti, di Martin, ci mostrano la stessa montagna, ma vista dalla parte della strada provinciale che da Pazzano conduce a Stignano. Si intravede, sulla sinistra, la strada con due figure, che transitano poco più sotto del “tripu da cona” ( nicchia della icona).

 

 

Il monte Consolino, visto da questa angolatura, mostra in rapida successione i tre speroni di roccia che appuntiti risalgono verso il vertice della montagna.

Alle falde del monte, sulla destra, si nota una grotta che ancora oggi è ben visibile nella montagna. Un opificio si intravede in basso sulla sinistra e sullo sfondo la solita veduta della vallata che scende verso il mare.

Nel dipinto, realizzato da Lucas, la montagna in primo piano non somiglia molto al monte Consolino, ma ne presenta sempre le tre piccole e caratteristiche punte con al vertice il castello. Il fondo valle invece è molto simile, quasi una fotografia, alla veduta che si scorge guardando verso il mare dalla gola di Pazzano.

 

Si notano le anse, che la fiumara Stilaro crea nel suo discendere verso Monasterace. Sulla destra, le collinette di Calamione, l’area prospicente la frazione di Bordingiano e sulla sinistra, le colline del fondo rustico denominato Costantino. Sullo sfondo, appena visibile avvolta nella foschia, verso il mare la collina su cui sorge Monasterace superiore e sulla sua sinistra il corso basso della fiumara Assi, che corre parallela alla fiumara Stilaro. Il basso a destra le colline su cui si trova alla strada che porta a Camini. In alto il castello.

Altro dipinto di Lucas ci presenta in primo piano il piazzale delle miniere, con il pozzo d’estrazione del minerale, nella stessa posizione dei precedenti dipinti e sulla sinistra alle falde del monte Consolino, con le solite cime,  la ferriera e le forge a in alto sulla destra le alture del monte Stella.

Il quadro in originale è ruotato in modo speculare, al fine di far credere che non vi era ripetizione di veduta. E’ bastato ruotare il dipinto per ritrovarsi nella stessa area industriale dei precedenti quadri.

 

Al di là se i dipinti possano realmente rappresentare le antiche industrie calabresi, per un approfondimento e per una la reale contestualizzazione dei luoghi si aspettano eventuali contributi di esperti del settore, essi sono di grande interesse per le “notizie” visive che ci forniscono su un ambiente di lavoro del XVII sec.

I due Valckenborch, più di altri artisti, “insistono” nei dettagli per raccontare come in un film uno spaccato di vita e di lavoro siderurgico-minerario.

Nei dipinti è ben rappresentato l’intero ciclo del ferro che dall’estrazione del minerale, arriva alla produzione del manufatto.

Se i dipinti dovessero effettivamente raffigurare ciò che ho ipotizzato, saremmo davanti alle più antiche raffigurazioni di quelle attività industriali in atto a Pazzano, nella vallata dello Stilaro, che hanno caratterizzato l’area per svariati secoli.

Ciò accrescerebbe notevolmente non solo la nostra conoscenza sul ciclo produttivo del ferro in Calabria, ma dimostrerebbe l’attenzione che la pittura fiamminga ha avuto verso “particolari” paesaggi calabresi, quelli  siderurgici e minerari.

 

FRANCO Danilo

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